Saper perdere tempo ...

Se l’azione umana del voler procrastinare corrisponde ed è il rifiuto stesso di rischiare, ma la missione è essa stessa la definizione più esatta del verbo e dell’azione stessa del rischiare. Rischiare vuol dire uscire dalla propria zona di comfort, affidarsi a Dio e fidarsi di Dio e degli altri, mettersi in gioco senza garanzie umane; vuol dire lasciare la propria cultura, il proprio paese, il proprio egoismo per andare incontro all’’altro io da amare come se stesso. È, questo, uno dei messaggi più forti del convegno, un messaggio che riprende le parole di Papa Francesco: la missione è «passione per Gesù e passione per il Suo popolo» (Evangelii Gaudium, pp. 268-273), e questa passione non conosce soste.
Il coraggio non è l’assenza della paura, ma è la capacità di agire anche quando si ha paura. Come ha spiegato Don Giuseppe: «Dio non decide della nostra vita, ma mette un sasso davanti a noi; tocca a noi girarlo a destra o a sinistra». Ecco quale è la libertà dei figli di Dio, è la scelta della nostra stessa anima, il rischio fa parte della libertà che Dio ci ha dato, è la nostra scelta libera di aprirci all’altro.
Concretamente, rischiare significherebbe lasciare un lavoro sicuro per servire i poveri; parlare di fede anche quando gli altri non capiscono; dedicare tempo agli altri anche quando siamo stanchi e iniziare progetti anche se potrebbero fallire. Come abbiamo ripetuto al convegno: «Il peggio non è cadere, ma rimanere per terra dopo essere caduti». Théophile Obenga, un pensatore congolese, ha scritto: «L’uomo cresce solo quando si mette alla prova, quando esce dai confini di ciò che conosce e possiede».
Rischiare è «saper perdere tempo» ma, anche questo ‘‘perdere tempo’’ deve essere vissuto nella logica di Dio del ‘‘sapere’’ . Nella Sua matematica, il tempo condiviso con gli altri non è mai uno spreco, secondo la nostra visione umana, ma ‘‘il tempo condiviso’’ è sempre un guadagno. Condividere tempo, risorse, capacità; ascoltare, chiacchierare, stare in silenzio con qualcuno, anche se l’argomento sembra noioso: è così che anche il poco diventa molto. È il modo più profondo di trasformare il Chronos in Kairos, perché è il tempo della relazione, l’anima stessa della missione. Anche Gesù ha vissuto questo vivere il cronos ed il kairos , anche Gesù ha dedicato tempo ai bambini, ai malati, ai peccatori, «perdendo tempo» secondo i criteri del mondo, ma salvando il tempo secondo i criteri di Dio.
Spesso ci sentiamo bloccati dal passato: «Il tempo è irrimediabile», «Il mio passato è sporco», «Ho sprecato il mio tempo e me ne vergogno». È normale dubitare, ma dobbiamo trasformare lo sguardo con cui guardiamo ciò che è stato: non dobbiamo negare il passato, ma dobbiamo "abitarlo" con gratitudine e desiderio di ripartenza. Dalle riflessioni, dalle discussioni e dalle riflessioni venute fuori, durante il convegno, sono emerse due chiavi per trasformare il nostro modo di intendere e vivere il tempo attivo: il perdono e il sogno.
Il perdono è ciò che ci libera dalle ferite del passato, ciò non vuol dire dimenticare, ora nella nuova visone solo Dio può perdonare e non ricordare (come dice Geremia 31,34), noi esseri umani, anche se perdoniamo, conserviamo, sempre la memoria di ciò che apparentemente abbiamo perdonato. Il perdono, invece, vuol dire cambiare sguardo: trasformare la memoria del dolore in memoria di misericordia, l’ostacolo in opportunità. Papa Francesco, in Misericordiae Vultus, scrive «il perdono non cancella il passato, ma apre il futuro»: riconoscere il male, ma non rimanerne vittima, il perdono guarisce le ferite e toglie potere alla memoria del torto. Un detto popolare dice: «Chi perdona costruisce un ponte, chi porta rancore costruisce un muro»: il muro ci blocca, ma il ponte ci fa andare avanti.
Spesso si dice che i giovani non sognano più, ma il convegno ha dimostrato il contrario: i giovani sognano, ma hanno bisogno di sognare secondo il cuore di Dio. Come promette il profeta Gioele (3,1): «Effonderò il mio spirito: i vostri figli e figlie profeteranno, i giovani avranno visioni». Sognare non vuol dire fuggire dalla realtà poiché il testo del Qoelet non esprime un sentimento idealista, ma esprime un sentimento realista, esprime un sentimento che parte dalla vita di ogni giorno e vive nella stessa vita di ogni giorno. Sognare vuol dire vedere ciò che non c’è ancora ma può esserci, fare propri i progetti di Dio. Se vuoi costruire qualcosa di grande, devi prima sognarlo, poi progettarlo, poi iniziare la costruzione anche se non hai tutto il necessario. Il sogno nasce dal presente, dalla realtà, non dal vuoto.
Di fronte alle difficoltà della vita, tutte quelle che incontriamo nel nostro cammino, spesso ci arrendiamo. Ed è proprio quel momento in cui le persone che ci vogliono bene ci dicono: «Dai, coraggio!», ma dove potremo mai trovare questo coraggio? Non è un prodotto che si può comprare al supermercato: esso è un frutto di sforzi, un risultato di sudore. Il coraggio si costruisce, giorno dopo giorno.
Coraggio e fede sono legati rea loro in modo saldo, come due gemelli, come due facce della stessa medaglia. In Italia si afferma che il coraggio è credere in qualcosa. Se non credi, non puoi avere coraggio perché non hai una base su cui poggiarsi né una meta verso cui andare. Crediamo in Dio, affidiamo a Lui i nostri dubbi: Lui è l’Emmanuele, «Dio con noi», che cammina al nostro fianco e trasforma anche i nostri errori in occasioni di crescita e testimonianza.
Il brano Biblico sopra riportato vuole esortarci a trovare in noi sia la forza che della fede in Dio ed esorta a non avere paura di rischiare: la missione non si fonda sulla sicurezza, ma sulla fiducia; non sulla perfezione, ma sulla disponibilità, anche nei nostri limiti. In swahili diciamo: «Asiye jaribu apati kitu» cioè, chi non rischia, non ottiene niente. Quando l’amore per la missione ci spinge, non aspettiamo il momento ideale: ogni tempo è il momento ideale scelto da Dio per noi.
Sempre nel testo sopra riportato impariamo che adesso è il tempo favorevole per amare, servire, rischiare e ricevere perché la missione è anche reciprocità. Che Lo Spirito Santo, che abbiamo paragonato al vento del mare di Rimini soffi su di noi e continui a spingerci oltre i confini, oltre le paure, oltre ogni rimando, verso la pienezza della vita e dell’amore che Dio ci ha preparato. Non diciamo mai «è troppo tardi»: non è mai troppo tardi per amare, non è mai troppo tardi per donare il proprio tempo a Dio, anche se il nostro passato è segnato dagli errori.
Basta un piccolo «sì», una piccola spinta, così come nella metafora della bilancia che ci ha illustrato Alex Zappalà, per ristabilire l’equilibrio nella nostra vita, è questo l’atteggiamento di fede che dobbiamo avere. Uscire dalla procrastinazione vuol dire riconoscere che ogni giorno è un dono, che la chiamata di Dio è sempre attuale, urgente e possibile.
Così come il mare non si ferma mai, anche noi vogliamo e dobbiamo essere come acqua che scorre, che porta la vita e che non si arresta mai. La stessa missione è movimento, dono e vita.




