La pace è un albero da far crescere
Non capita tutti i giorni che un papa venga in Mozambico. E non manca di certo il desiderio di andare ad ascoltarlo. Però da Chemba a Maputo sono più di 1.500 chilometri e almeno due giorni di viaggio. In più c’è la scuola che, papa o non papa, non si può chiudere. Infine, eravamo rimasti in due e nei fine settimana siamo sempre nelle comunità, con il vescovo pronto a venire in visita pastorale nemmeno una settimana dopo. Allora, abbiamo deciso che il papa lo avremmo visto in televisione.
Francesco, in Mozambico, è stato due giorni soli (4-6 settembre 2019). Ma sono stati due giorni fitti d’incontri, gesti e discorsi che centrano nel segno. Nello stadio dello Zimpeto, durante l’Eucaristia (con 70.000 persone), afferma che “il Mozambico possiede un territorio pieno di ricchezze naturali e culturali, ma paradossalmente con un’enorme quantità di popolazione al di sotto del livello di povertà”. Il giorno prima, davanti alle autorità politiche, aveva individuato, senza mezze parole, le due cause di questo paradosso: “la tendenza a saccheggiare e depredare che, in genere, non è neppure coltivata da persone che abitano queste terre, la corruzione e la disparità di opportunità”. Francesco, di fatto, ha denunciato i due meccanismi che stanno alla radice del neocolonialismo in Africa.
Di fatto, il Mozambico è il 6° paese al mondo e il 3° in Africa che ha ceduto più superficie di terra al land grabbing (Focsiv 2018). I giacimenti di gas al largo delle coste mozambicane, stimati in 4.000 miliardi di m³, costituiscono una delle maggiori riserve del pianeta. Sono controllati da giganti come la statunitense Exxon Mobil, l’italiana Eni, la francese Total, la cinese Cnpc e la giapponese Mitsui. Pur benedetto da tante ricchezze, il Mozambico, anche nel 2019, continua a essere il decimo paese peggiore al mondo come indice di sviluppo umano. Il 43% dei bambini soffre di denutrizione cronica, la speranza di vita alla nascita è di 54 anni. Il 55% della popolazione vive in condizioni di povertà estrema.
Ma il tema centrale della visita di Francesco in Mozambico è quello della pace: “pace, speranza e riconciliazione” era infatti il motto del viaggio, che si inserisce nel solco di decenni caratterizzati da guerra, tensione politica e accordi di pace disattesi. Questi ultimi, firmati a Roma nel 1992, pongono fine a sedici anni di guerra civile: il sangue di un milione di morti versato nella guerra fratricida tra Frelimo e Renamo, alimentata da capitali e armi dei signori della guerra fredda.
Dopo di che, il paese respira un tempo di relativa tranquillità e prova a rialzarsi, fino al 2012, quando ricomincia la violenza tra i due soliti contendenti. In palio ci sono le immense risorse naturali del Mozambico. Una guerra a bassa intensità caratterizzata da guerriglia nelle zone di foresta, rapimenti e omicidi selettivi nelle aree urbane. Nell’agosto del 2019 viene firmato un terzo accordo di pace. La visita di Francesco, probabilmente, è stata pensata nella prospettiva di sigillare questo ultimo accordo.
Davanti alle autorità politiche, Francesco parla chiaro: “La pace torni ad essere la norma e la riconciliazione la via migliore per affrontare le difficoltà e le sfide che incontrate come nazione”. Aggiunge che non si può “lasciare che il modo di scrivere la storia sia la lotta fratricida, bensì la capacità di riconoscersi come fratelli, figli di una stessa terra, amministratori di un destino comune”. Tuttavia, pochi mesi dopo, si prende atto di come questo appello sia caduto nel vuoto. Se la pace è un albero, questo signore anziano è venuto da lontano per farlo crescere. Ma ha trovato il cuore indurito di chi si ostina a sradicare.







