Vite sospese e in attesa
Il friulano p. Carlo Di Sopra, superiore dei saveriani in Sierra Leone, ci tiene spesso informati sulla grave crisi causata dal virus Ebola in quella nazione. Anche p. Vittorio lavora da molti anni in Sierra Leone e scrive spesso agli amici in Italia. Ecco la sua ultima lettera.
Non posso uscire in bicicletta, non possiamo spostarci neppure a piedi. Tutte le attività pastorali sono ferme, e sono chiuse tutte le scuole. Non possiamo andare nei campi e lavorare, comprare o vendere quanto prodotto nella nostra missione: tutto per non contaminarci.
In Sierra Leone ormai siamo nella fame: non c’è più nulla, né cibo né acqua né le cose essenziali. Manca tutto. Ma io resterò fino alla fine, mi metto in gioco completamente con il mio popolo, proprio ora che hanno più bisogno della mia vicinanza.
Se il Signore vuole che io contragga l’Ebola, sono nelle sue mani, sono pronto a partire con lui e ci vedremo in paradiso.
Tutto si è bloccato!
Mi ha fermato papà Alie: “Padre, qui bisogna aumentare il nostro pregare”. E io ho aggiunto: “Bisogna aumentare anche la nostra prudenza…”. Non avrei mai immaginato che una malattia, l’Ebola, potesse distruggere la vita quotidiana di così tante persone.
Pesanti sono le conseguenze: scuole e miniere chiuse, divieto di contatti umani, obbligo di lavarsi continuamente le mani (anche prima di entrare in chiesa) con acqua clorinata. E ancora: vietati tutti gli assembramenti di persone, annullate tutte le gare sportive, le danze di villaggio, i mercati…; fermato il traffico e parcheggiate auto e moto. Inoltre vi è l’obbligo di portare tutti i forestieri al capo villaggio: potrebbe trattarsi di persone scappate da situazioni di Ebola, portatori della malattia.
Una preghiera ecumenica
Il presidente della Sierra Leone ha dichiarato che siamo in stato di emergenza e ha invitato tutti i credenti, cristiani e musulmani, a pregare perché il Signore intervenga a fermare la diffusione di questa peste.
La settimana scorsa, nella mia cittadina di Kabala, si sono riuniti i leader religiosi cristiani e musulmani. Eravamo circa 70 persone, con pastori protestanti e imam musulmani. Io rappresentavo la chiesa cattolica. Mi hanno chiesto di pregare a nome dei cristiani. Poi ha pregato un capo musulmano.
Abbiamo espresso gli stessi sentimenti: “Siamo tutti figli dello stesso Padre; amandoci tra di noi facciamo contento il nostro Padre comune”.
I “miei” musulmani sono contro la violenza. È ripugnante anche per loro quanto sta succedendo in Siria e altrove nel Medio Oriente, dove si commettono tante violenze in nome della religione.







