Non rompiamo la tradizione!
Caro direttore, il tuo scritto "La buona notizia in famiglia", nel numero di marzo, mi ha ricordato il mio primo parroco che, malgrado qualche sonoro rimprovero e qualche sberletta nelle gambe magre e nude, mi è stato grande maestro di catechesi e di umiltà. Con lui sono entrato in canonica a sfogliare i "grandi libri".
Poi, il secondo parroco mi ha regalato il libro "La terra del Cristo Nazzareno", su cui egli aveva studiato. Fino alla sua morte ci siamo scambiati la fede, in amicizia. Certo, quel caro monsignore che tu ricordi non era tenero, però davanti al plotone dei nazisti non si è risparmiato, per difendere i fedeli del suo gregge... E se non erano permesse le ginocchia nude, beh... i tempi si misuravano anche nella stoffa e nel decoro per la casa del Signore, essendo noi ospiti e invitati a conpidere la mensa della Parola di Dio e dell'Eucaristia. Saluti da tutta la mia bella e sana famiglia.
- Pietro, E-mail (Svizzera)
Ho letto e sentito tante cose, recentemente, sulla famiglia e il matrimonio e sulle questioni legate ai "dico" eccetera. Prese di posizione di vescovi e di sacerdoti, opinioni di politici e personaggi pubblici... Ma tu, su "Missionari Saveriani" di marzo e aprile, hai preferito dare un taglio perso, un'altra piega: il vangelo più della legge; la vocazione più dell'obbligo...
Hai fatto bene, perché abbiamo bisogno di testimoniare la nostra identità e responsabilità.
- Giovanni, Castegnato, BS.
Carissimi,
che bello, quando i fedeli riconoscono l'amore e il servizio disinteressato dei loro sacerdoti! Che bello, quando i fedeli apprezzano l'esempio dei loro pastori che, giorno dopo giorno, si sono impegnati a nutrire e a vigilare sul gregge, fino a mettere a rischio la proprio vita per salvare la vita di tanti! Sono l'immagine di Gesù, che non risparmiava rimproveri neppure ai suoi discepoli, e che almeno una volta ha sferzato venditori e trafficoni, lasciando liberi buoi, pecore e colombe...
Certo, i tempi sono cambiati, e chissà quanto ancora cambieranno! Una cosa mi preme dire a chi ci crede: non interrompiamo la tradizione! Che non è sinonimo di "vecchiume" o di cose passate. Tradizione viene dal latino "traditio", e vuol dire: passare di mano in mano, di vita in vita, di generazione in generazione. È come nella corsa a staffetta: ci si passa il testimone - la staffa - da uno all'altro, mettendocela tutta per arrivare fino alla meta. È un bel gioco di squadra! Certo, può capitare che cada la staffa. Pazienza! Si perde un po' di tempo; si rallenta la corsa... Ma poi si riparte. Il peggio è se non ci sono più atleti a cui passare la staffa.
Dobbiamo mettercela tutta per creare la squadra degli atleti. Un lavoro continuo e duro, che richiede allenamenti e sudore, senza spirito competitivo, senza invidie e gelosie, senza scartare nessuno. Come?
Con la preghiera fiduciosa, con il consiglio e l'incoraggiamento, con il racconto del vangelo e della nostra fede in Gesù. È una fatica che dà vitalità al nostro futuro.
p. Marcello, sx.








