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Un ricordo del servo di Dio P. Pietro Uccelli

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Vicenza: 29 ottobre 1954 - 29 ottobre 1999

Quella sera i cortili erano stipati di uomini e donne con nel volto una tale mestizia come stesse morendo un loro congiunto. Vollero visitarlo per l'ultima volta, vederlo appena un momento: il parroco di s. Croce don Walter, vari sacerdoti della diocesi e suore. Davanti alla famosa statuetta bruciavano candele e lumini; pie donne con le suore pregavano s. Giuseppe ancora con un poco di speranza nel cuore. Ma "il servo buono e fedele" era ormai al tramonto della sua giornata terrena e il Padrone lo chiamava per dargli il premio dell'enorme lavoro compiuto.

Prima che cadesse la notte il respiro si fece sempre più grave, lento, e il malato entrò nella crisi finale. Gli aspiranti missionari passarono uno ad uno a baciargli la mano, mentre il padre rettore gliela sosteneva. E appena tutti ebbero finito, mentre noi padri e le suore gli eravamo d'attorno in ginocchio nella stanzetta, p. Uccelli si spense nel bacio del Signore. Padre Zotti, rettore, che era in piedi al suo lato, gli chiuse gli occhi e disse con un nodo alla gola: "Il nostro padre è morto! - Erano le 19.55 del 29 ottobre 1954. Gli baciammo per l'ultima volta la mano benedetta; poi la campana dell'Istituto suonò a lungo e molta gente dalle case vicine venne a presentare le prime condoglianze.

"Non portatelo via - disse qualcuno - deve essere sepolto qui in mezzo a noi, vicino al suo s. Giuseppe". (Da "Gioia di fare il bene" di E. Zulian).

Tra gli aspiranti missionari quella sera c'ero anch'io: ero entrato all'Istituto da soli 13 giorni. Sono passati 45 anni da quel giorno e ci sembra che la presenza del "caro padre" sia più viva che mai. Siamo qui tutti: noi come confratelli della famiglia missionaria, voi come laici, per ringraziare il Signore, il quale continua a fare "opere grandi" attraverso i "piccoli".

La vita di p. Uccelli ci ricorda che tutti siamo chiamati a seguire Cristo, ma non ci sono promessi due paradisi: ce n'è promesso uno solo, e non in questa vita. La fede ci propone da subito non la felicità, ma la gioia, attraverso la croce liberamente accettata; la gioia, quella vera, che si basa sulla speranza dell'eternità beata: "la gioia di fare il bene" - sono le parole - quasi il suo testamento - scritte da p. Pietro sette mesi prima di morire, per incoraggiare una persona a fare il bene nonostante le inaspettate difficoltà: "Il bene fatto nella gioia è bene; ma ,quando questo bene viene segnato col marchio della croce, è mille volte più accetto al Signore".



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