Un mese in paradiso: In Bangladesh, 40 anni dopo
Alla soglia della terza età ho ricevuto la grazia di ritornare nella amata missione del Bangladesh. Lì avevo vissuto per tre anni, i più belli della mia vita missionaria. Ho rivisto gli stessi luoghi da dove ero stato costretto a partire, tra le lacrime, a causa di un grave infarto.
Quando meno te l’aspetti
Nei primi anni dopo il mio rientro, quarant’anni fa, mi sentivo un fallito e continuavo a sognare il ritorno. Poi, Dio mi ha fatto capire che la prima missione è fare la sua volontà e stare dove lui vuole; anche in Italia, a Piacenza, a Desio, a Roma, a Brescia, a Cremona... Dovunque ho cercato di buttarmi nel lavoro, ma sempre con il pensiero alle missioni e soprattutto al Bangladesh che avevo lasciato. Mi è stato chiesto talvolta perché non tornavo laggiù, almeno per una visita. Rispondevo che non volevo spendere soldi per un viaggio di piacere, preferendo inviare qualche aiuto per la povera gente.
Alcuni mesi fa, però, un amico mi ha convinto finanziandomi quasi interamente il viaggio. Altri amici e parenti mi hanno riempito di doni... liquidi e solidi (caramelle e torroni, salami e formaggi). I doni erano tanti e la valigia era così piena che ho dovuto lasciare qualcosa per il prossimo viaggio.
Un Paese trasformato
Sono partito con una decina di chirurghi, medici, anestesisti, infermiere e volontari dell’ospedale di Parma che da anni si recano gratuitamente, sacrificando le ferie, all’ospedale missionario di Khulna per operare i bambini malati. Il viaggio è stato rapido: tredici ore di aereo. Niente in confronto al mio primo viaggio del 1962 quando ho passato 13 giorni in nave e tre giorni in treno.
Tanti anni sono passati, tante cose sono cambiate. Anche il Bangladesh è nuovo, ha solo 33 anni. Era nato nel 1947 con il nome di Pakistan Orientale, per distinguerlo dall’Occidentale, con cui formava una sola nazione, divisa in due parti lontane più di mille chilometri l’una dall’altra. Nel 1971, dopo una guerra civile che ha causato un milione di morti, nasceva il Bangladesh.
Confesso di essere rimasto sbalordito per il progresso e lo sviluppo che il Paese ha compiuto. Mi pareva di essere in un’altra nazione. Dhaka, la capitale, è diventata una metropoli di 10 milioni di abitanti. In 40 anni la popolazione del Bangladesh è raddoppiata: 140 milioni di abitanti, con il primato mondiale di oltre mille abitanti per chilometro quadrato, su un territorio che è la metà dell’Italia. Metà della popolazione ha meno di 30 anni: davvero una nazione giovane! La speranza di vita, però, è di soli 58 anni, rispetto ai 79 dell’Italia.
Uno tsunami interiore
Sono arrivato il 6 gennaio, giorno dell’Epifania. Mi sono sentito un po’ come i re magi, che hanno provato una grande gioia nel vedere la stella e nel contemplare il neonato Signore. Avevo ondate di emozioni così forti da farmi andare in estasi: un vero “tsunami” interiore. Avrei voluto baciare il suolo, come fa il Papa. Avrei voluto abbracciare ogni persona e soprattutto mangiarmi di baci ogni bambino.
Sono arrivato a Khulna, la terza città della nazione con due milioni di abitanti, che è anche la sede centrale della diocesi in cui lavorano i saveriani. Ho abbracciato p. Livio Salvetti, mio vecchio compagno di studi, compagno di Messa e di missione. Lo chiamavamo scherzosamente “la vecchia”; ma adesso sembra più giovane di allora. Ho rivisto p. Aldo Guarniero e p. Ampelio Gasparotto, ultranovantenni, che hanno fatto anni di missione in Cina prima di essere scacciati dai comunisti. Dal 1952 sono andati a lavorare nella missione del Bangladesh.
Il mio cuore cantava di gioia: “Quante meraviglie hai compiuto per me, Signore mio Dio!”. Davvero, come dice il salmo 125, “chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo. Nell’andare se ne va e piange, ma nel tornare, viene con giubilo”.
Come è bello essere missionari e sentire che si può contemplare il paradiso fin da quaggiù!







