Trentacinque anni di missione in Bangladesh
Intervista a p. Germano, missionario intoccabile!
Lo scorso aprile p. Antonio Germano, saveriano molisano di Duronia, ha concluso 35 anni di vita missionaria in Bangladesh. Venuto in Italia per un breve periodo di riposo, ci ha comunicato quasi un bilancio di questi anni.
Cosa provi dopo 35 anni di missione?
A 73 anni, pensieri di eternità si affacciano frequenti alla mia mente: vivere intensamente il presente diventa gioiosa attesa per l'incontro con l'Amen! Tentando un bilancio e una risposta di fede, adeguata al momento storico che sto vivendo, trovo una costante che lega insieme tutti gli avvenimenti: l'entusiasmo per la missione, che si presenta sempre con nuovi risvolti e nuove sfide, che esigono una novità di vita sempre attuale.
Quali sono state le tue priorità missionarie?
Il terreno privilegiato della mia missione è stato quello degli ultimi, degli esclusi e, in particolare, coloro che, con termine legato alla tradizione millenaria di questa cultura, sono chiamati muci, per il mestiere dei loro antenati: scuoiare carogne di mucche e capre (ricavando magari anche un buon boccone dalle carni in via di putrefazione), conciarne le pelli e poi venderle a coloro che, senza sporcarsi le mani, ne ricavavano lauti guadagni. Questo mestiere, insieme a tanti altri, era ed è considerato ancora impuro per chi lo esercita e imprime un marchio indelebile. Di 35 anni, 29 li ho trascorsi annunciando il vangelo di salvezza ai fuori-casta intoccabili.
In Bangladesh esistono tuttora le "caste"?
Anche se in Bangladesh la popolazione è in stragrande maggioranza musulmana, questa stratificazione culturale di casta, sotto-casta e fuori-casta segna ancora profondamente la società. Persino la distribuzione logistica della popolazione rispecchia questa struttura mentale e sociale. Nei villaggi il fenomeno è ancora ben marcato e visibile: ad esempio, il quartiere dei muci occupa sempre la zona più malsana e vulnerabile, dove spesso manca anche la strada di accesso.
Ti chiamano "padre dei muci"...
La scelta dei muci ha caratterizzato fin dall'inizio la mia attività in Bangladesh e, salvo qualche breve parentesi, è rimasta una costante negli anni successivi fino al punto da venire identificato come "mucider father - il padre dei muci". Tutto cominciò a Borodol sulla riva del fiume Kopotokko, diventato un po' il fiume della mia vita: 12 anni vissuti senza elettricità, al lume della lampada a kerosene, senza telefono, catapultato in un mondo fuori della dimensione storica.
Dai miei appunti di diario, in data 30 settembre 1979, leggo poche righe di assaggio: "Questo fine settembre se ne va e si porta via il mio 40.mo compleanno: coscienza di debolezza in questo punto di guardia, al limite del coraggio e della umana possibilità. Può Dio colmare sempre questa solitudine? Mio Dio, tu sei tutto per me; il mio timore è soltanto per la mia debolezza, e non certo per te".
Gli ultimi anni dove hai vissuto la missione?
Dal 2001 mi trovo a Chuknogor, una missione fondata 32 anni fa da p. Luigi Paggi, saveriano originario di Como. È il centro di una zona con una larga concentrazione di fuori-casta, registrati all'anagrafe con il titolo di Das, che significa schiavo, servo. Il nome stesso li identifica, come un marchio che si portano dietro e che sembra indistruttibile.
L'esperienza a Chuknogor ha avuto il suo momento culminante lo scorso ottobre con l'inaugurazione della prima chiesa dedicata a "Maria, Regina dei poveri" e del centro di formazione, dedicato a "San Guido Conforti". In questa occasione, 70 adulti hanno ricevuto i sacramenti dell'iniziazione cristiana dopo un percorso catecumenale di almeno cinque anni.
I momenti più forti?
Con una certa enfasi, con la nostra gente celebriamo ogni anno due date particolarmente significative: il 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti umani, e il 21 marzo, giornata mondiale contro le discriminazioni razziali. Sono momenti forti di coscientizzazione sociale.








