Quale tempo e spazio per i defunti?
In questi mesi, abbiamo fatto tutti l’esperienza della paura e del pensiero che la nostra vita fosse attaccata a un filo e minata dal virus Covid-19. Tutti siamo convinti che la morte è l’unica realtà che ci rende uguali e questa verità accompagna da sempre i nostri pensieri.
L’uomo ha sempre cercato di dare un senso alla morte attraverso riti e credenze. Alcuni, legati al culto e commemorazione dei defunti, provengono da antiche credenze connesse alla nostra cultura e alla necessità di esercitare una sorta di controllo sul mondo dei defunti. In Sardegna, il 1° novembre i bambini passavano nelle case del paese per chiedere doni per i defunti e ricevevano frutta e dolci preparati per l’occasione. Il cibo donato permetteva ai vivi di comunicare con i morti che mangiavano attraverso di loro… Fino alla metà del secolo scorso, in alcuni paesi, era consuetudine portare il lutto anche per un vicino di casa defunto.
La morte era un rito di passaggio non solo per chi lasciava il mondo, ma anche per chi restava. La morte cambia i ritmi naturali della quotidianità ed è attraverso una serie di riti che si ripristina l’equilibrio interno della società: la partecipazione massiccia di tutto il paese al funerale, le condoglianze ai parenti in chiesa o al cimitero dopo la sepoltura, l’Eucarestia del trigesimo, il pane che la famiglia offre dopo tale celebrazione, la Messa grande ad un anno dalla morte…
Dedicare, quindi, una settimana di preghiera a Macomer dall’1 all’8 novembre e a Cagliari dall’8 al 15 novembre permette di riservare ai defunti un tempo speciale per ricordarli tutti e renderli presenti, anche quasi fisicamente, nei luoghi di preghiera e nei cimiteri… È per questo che adorniamo le tombe di fiori.
L’uomo di oggi, anche se non pensa molto alla morte, avvicinandosi novembre, sente la necessità di affidare degnamente i nostri cari defunti a Dio e continua a ricordarli, ogni anno, nel mese a loro dedicato.







