''Non so più cosa fare!'' Come educarci alla giustizia e alla pace
Un titolo e un messaggio didattico, quello di Benedetto XVI per la giornata mondiale della pace 2012: "Educare i giovani alla giustizia e alla pace". "Si tratta di comunicare ai giovani l'apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del bene", scrive giustamente il Papa. Non è cosa da poco; più facile dirlo che farlo. Ancor più se sono le nuove generazioni a dover essere "educate".
Ma tutti ne percepiamo l'importanza e l'urgenza. È un compito che ci coinvolge tutti e a tutti i livelli, in modo globale. Per questo motivo, mi sono permesso di portare una piccola modifica al titolo con: "educarci con i giovani alla giustizia e alla pace". Anche la prospettiva è modificata: dobbiamo prima educare noi stessi, per educare i giovani alla giustizia e alla pace. E qui è proprio il caso di dirlo, di cantarlo in tutti i toni con il super "Molleggiato":
"Non so più cosa fare...". Cosa facciamo, appunto? Un corso accelerato, con poche lezioni ben fatte? O un master con tanto di diploma da appendere alla parete? Occorre ben altro. Non è tanto questione di imparare teorie, di studiare libri o fare ricerche su internet... Vale la pena citare la famosa convinzione di Paolo VI: "L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; o se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni". Era vero trenta anni fa. Oggi forse, anche i testimoni hanno i tempi duri!
I gran maestri, infatti - quelli che danno lezioni a tutti, su tutto - li sentiamo gridare che "non accettano lezioni da nessuno". Come potranno essere testimoni, se loro stessi non vogliono ascoltare? Parafrasando l'apostolo Giovanni, possiamo dire che solo "ciò che noi ascoltiamo e vediamo, che tocchiamo e facciamo nella pratica" ha valore di testimonianza, da poter essere annunciato agli altri, e soprattutto ai giovani.
"Manca la forza motivante, capace di indurre (condurre) i singoli e i gruppi sociali a fare rinunce e sacrifici", semplicemente perché "fare il bene è bello, esserci per gli altri è bello", ha detto Benedetto XVI agli amici della Curia romana, appena prima di Natale.
Eppure, la posta in gioco è talmente importante per noi, per i giovani e per le generazioni future - in Italia e nel mondo intero - che non possiamo star lì a litigare: a chi tocca per primo...; chi ha il dovere di...; di chi è la colpa...; e altre simili scuse infantili.
Non ci resta che prenderci ognuno il nostro residuo di buona volontà e metterci insieme alla scuola gli uni degli altri, per praticare un po' di più la giustizia e la pace, a cominciare dalla nostra vita quotidiana, per estendere il nostro impegno alle altre sfere della vita: famigliare, sociale, politica, economica, generazionale. Con la pazienza tipica di Dio e con la testardaggine di chi crede che - in queste cose soprattutto - la fretta non paga.
Si tratta, infatti, di porre rimedio alla superficialità, di non arrendersi alla rassegnazione, di non dare per scontato che ormai il mondo va a rotoli, e noi con lui.
Perché davvero "fare il bene è bello"; e farlo insieme è meglio ancora.








