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''Noi apparteniamo alla Terra'': Gli indio, Amazzonia

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Nel contesto della bella e interessante mostra, allestita dai saveriani di Brescia sull'Amazzonia, conclusa il 31 gennaio 2010, in una affollata conferenza ho avuto modo di presentare la visione e il pensiero delle popolazioni indigene dell'Amazzonia brasiliana sulla situazione critica del pianeta, sul quale tutti viviamo e che da loro viene chiamato "Terra Madre".

Quelle voci inascoltate

Anche l'ultima conferenza mondiale sul clima, a Copenaghen, ha totalmente ignorato la voce e le raccomandazioni delle popolazioni che in quella regione, considerata il "polmone del globo terrestre", cercano di sopravvivere e di correre ai ripari di fronte alla distruzione sistematica e selvaggia della foresta rimasta ancora in piedi.

Dall'arrivo dei "civilizzati" - oltre 500 anni fa - queste voci si sono alzate in difesa della "Terra Madre". Purtroppo non sono state ascoltate nel passato, e nemmeno oggi, nonostante si stia sperimentando ciò che gli indio continuano a dirci. Forse perché questi popoli vengono ancora considerati "ostacoli allo sviluppo e al progresso", da togliere di mezzo (come afferma il documento "Strategie per l'occupazione dell'Amazzonia per l'anno 2000", dell'epoca della dittatura militare in Brasile).

Quattro elementi vitali

All'inizio della conferenza ho presentato il filmato realizzato in occasione del Giubileo della terra (novembre del 2000). Il capo villaggio degli indio Xavante, Benjamin Waparià, sottolinea l'urgenza di unirci tutti insieme per rimettere in piedi quegli alberi che "sostengono il cielo", prima che il cielo ci cada addosso, poiché "quando verrà abbattuto l'ultimo albero" sarà la fine della vita. Gli esseri viventi, infatti, hanno bisogno di quattro elementi essenziali, senza i quali non ci può essere vita: aria, acqua, cibo e condivisione.

È proprio quest'ultimo elemento quello che mette in crisi la nostra "civiltà". Non siamo stati capaci di condividere quello che il Creatore ha messo a disposizione di tutti: esseri umani, animali e vegetali. Non solo, ma abbiamo commesso il grave errore di sovvertire la scala dei valori. "Dio ci ha dato questa Terra. Dio Creatore ce l'ha affidata perché la coltivassimo, la custodissimo, per vivere e per far vivere gli animali e gli uccelli... Se continuerete a distruggere la foresta, morirà molta gente...!", afferma l'indio Benjamin.

Fermiamoci a riflettere

Purtroppo oggi, dieci anni dopo questo messaggio, corroborato dalle parole di Giovanni Paolo II nel discorso ai coltivatori della terra, la distruzione della foresta Amazzonica non è cessata, al contrario. Ultimamente, per aprire nuovi spazi a coltivazioni di soia e a pascoli, stanno usando prodotti chimici defolianti per far morire gli alberi, incuranti degli effetti deleteri non solo sulla natura, ma anche sulle popolazioni e sulla fauna della regione. Una vera e propria pazzia che mette a rischio la sopravvivenza fisica e culturale di interi gruppi umani, in Amazzonia e in altre parti del pianeta.

In questo processo distruttivo c'è anche l'aggravante dell'incoerenza tra le dichiarazioni che riconoscono i danni provocati e i pericoli per il futuro del pianeta e le decisioni di continuare a sfruttare (o meglio, saccheggiare) le risorse della "Terra Madre", inquinando l'aria, avvelenando le acque, desertificando intere regioni, producendo sempre più rifiuti, provocando conflitti per impossessarsi di quello che interessa.

Non sarebbe ora di fermarci a riflettere su ciò che gli indio ci hanno ripetuto tante volte e riconoscere che, in fine dei conti, sono loro che hanno ragione ad esigere dal mondo dei "civilizzati" che cambino direzione?

Gli indio si sono già messi all'opera per rimettere un po' di equilibrio nel rispetto della "Terra Madre". "La Terra non ci appartiene. Noi apparteniamo alla Terra.

E offendere la Terra equivale a offendere i figli della Terra e il loro Creatore: il Grande Spirito!".



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