Non possiamo rimanere indifferenti
Intervista a p. Silvano Benedetti
Nei mesi estivi vari Saveriani sono venuti a trascorrere qualche mese di vacanza in Friuli: ritemprare un po' le forze è un dovere sacrosanto anche per i missionari. È sempre edificante ascoltare le loro preghiere, le fatiche, i progetti e le speranze. Viene voglia di partire con loro per aiutarli nell'apostolato.
Padre Silvano Benedetti è da poco ripartito per il Congo. Gli abbiamo rivolto alcune domande. Schivo per natura nel presentarsi, la sua esperienza rimane sempre qualcosa che ci stimola, che ci fa riflettere, anche perché non ha paura di chiamare le cose con il loro nome.
Padre Silvano, parlaci un po' della tua parrocchia di Luvungi
Nella diocesi di Uvira e nella parrocchia di Luvungi, dove io lavoro, sono stati perpetrati tanti delitti da parte dei ribelli congolesi (sostenuti dai ruandesi che hanno occupato dall'agosto del '98 gran parte del Congo). Il massacro di Katogota ci ha colpito particolarmente perché avvenuto nella nostra parrocchia. Fu una rappresaglia immotivata contro la popolazione civile, assolutamente innocente di un assassinio che era una provocazione o un rendimento di conti tra militari dello stesso "campo".
Quest'anno però non ci sono stati massacri nella nostra diocesi. Sono continuati gli scontri sporadici tra militari ribelli e partigiani, con morti di civili, incendi di abitazioni e rapine sulle strade di cui si conoscono raramente gli autori.
Quali le conseguenze per la popolazione? E voi che cosa potete fare?
Conseguenza di queste violenze sono gli sfollamenti dai villaggi colpiti per qualche giorno o per mesi, finché i militari se ne vanno, con il conseguente abbandono delle coltivazioni che porta poi alla penuria di cibo. La gente se non può coltivare non può raccogliere, né vendere al mercato ed avere qualche soldo in caso di malattia e altra necessità. Davanti alla parrocchia e alla porta della casa delle suore c'è ogni giorno una fila di poveri, malati, vedove che chiedono aiuto per curarsi, una coperta, dei vestiti, cibo, sementi, soldi per mandare i figli a scuola. La gente è stanca di questa guerra che si protrae per interessi stranieri.
Questa guerra non è tribale: è stata imposta e sostenuta da Rwanda, Uganda, Burundi che sfruttano il Paese per i loro interessi e per quelli di Governi e Compagnie occidentali che li ricompensano con armi, denaro e silenzio. Difatti è una guerra dimenticata. I minerali del Congo sono più importanti della vita e della dignità dei congolesi.
E noi che possiamo fare, davanti a questa situazione?
In particolare la Chiesa italiana dovrebbe coinvolgersi maggiormente per la soluzione di questo problema. Bisogna, con maggiore incidenza, pregare per la pace e farsi voce dei congolesi presso l’opinione pubblica, il Governo italiano, l’ONU, per esigere la fine di questo scempio che si consuma nella generale indifferenza. Dall’agosto del ’98 ad oggi si calcola che siano stati uccisi due milioni e mezzo di persone. Rimanere indifferenti non è un atteggiamento evangelico: Gesù ha sempre preso le difese delle persone deboli, dimenticate, emarginate.








