La vocazione nata tra i chierichetti…
Fin da piccolo, mi è stato insegnato il rispetto a Dio, la preghiera e la pratica religiosa. Non ricordo a quanti anni ho cominciato a partecipare alla Messa a Lonigo (VI), ma so che guardavo sempre il presbitero e i suoi chierichetti con simpatia e ammirazione.
Siccome i genitori mi spiegavano che Gesù si faceva presente sull’altare, con la mia piccola fantasia mi immaginavo chissà che cosa.
Il presbitero, a quel tempo, ci girava le spalle e quindi pensavo che stesse nascondendoci qualcosa di misterioso, di grande, che noi non potevamo vedere.
''Ho cominciato a servire l’altare''
Naturalmente, desideravo anch’io avvicinarmi di più all’altare, finché, quando avevo sette anni, don Lucindo Andretto, mi invitò a diventare chierichetto. Immaginatevi la mia gioia!
Così, ho imparato le risposte in latino e i vari movimenti: in ginocchio, in piedi, con le mani giunte, a destra o a sinistra, trasportare il messale, alzare la pianeta del presbitero durante l’Elevazione, suonare il campanello, servire le ampolline con l’acqua e il vino... Insomma, ho cominciato a servire all’altare.
Le Messe erano sempre e solo al mattino, alle volte ben presto. Noi chierichetti non eravamo angioletti, ma quando eravamo “in servizio”, generalmente ci comportavamo bene.
Due compagni davvero speciali
A volte, guardavo l’Ostia e il calice tra le mani del celebrante e mi domandavo: “Sarà proprio vero che Gesù è presente sopra l’altare? Un giorno anch’io potrò avere il privilegio di toccare e distribuire il Signore?...”.
Non avevo nessuna funzione speciale. Avevamo solo il capo-chierichetti che, nelle grandi cerimonie pontificali, dirigeva tutte le manovre.
Quello che ricordo meglio era Piersandro Vanzan: un buon ragazzo, ben voluto e stimato da tutti. In seguito, lui entrò dai Gesuiti e, per molti anni, è stato direttore della rivista “Civiltà Cattolica”. Un altro compagno chierichetto è stato Natalino Ledro, che più tardi ha fatto ingresso nel seminario di Vicenza: è stato parroco in varie comunità della diocesi.
Il missionario con la barba
Avevo dieci anni, quando a Lonigo è venuto un missionario a parlare delle Missioni. Si chiamava p. Oddo Galeazzi. Aveva una bella barba, era pieno di entusiasmo. Alla fine della Messa mi ha chiesto se volevo diventare missionario e se poteva farmi una visita a casa.
Il giorno dopo, mentre studiavo, lo vidi entrare dal portone. Ero solo, perché la mamma stava lavando la biancheria nel ruscello che passava dietro casa. Lo feci entrare e corsi a chiamare la mamma. P. Oddo cercò di farmi capire che cosa significasse essere missionario. A dire il vero, non capì molto, ma sentivo che in questo c’era la mano di Dio. Prima di andarsene, mi lasciò alcune riviste e in seguito, ogni tanto, mi mandava qualche altro oggetto informativo.
Ricordare il tempo passato
Così, nel maggio 1944, a undici anni appena compiuti, mio padre mi ha accompagnato in bicicletta, a Sovizzo, in una bella villa, dove i missionari saveriani erano sfollati a causa della guerra. Ancora non avevo le idee chiare su che cosa fosse il sacerdozio e la vita missionaria.
Poco per volta, con la preghiera e l’esempio dei saveriani, la mia mente si è aperta alla vocazione. E oggi, da oltre 50 anni, sono missionario in Amazzonia.
Quando sono arrivato in Brasile, i miei primi amici sono stati i chierichetti. Non sapevo ancora parlare la lingua e loro erano ben disposti a insegnarmi. Così, sono diventati i miei insegnanti di portoghese, mentre io insegnavo loro come essere dei buoni cristiani. Erano più di quaranta.
Ora sono tutti cresciuti… Quando ci incontriamo, è sempre una grande festa: mi presentano la loro famiglia e mi raccontano le novità. E ci ricordiamo il tempo di chierichetti!







