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Padre Sergio ci invia altri aggiornamenti dalla diocesi di Yagoua, in Camerun.

Da quando c'è il pericolo “Boko-Haram", gli stranieri se ne sono andati praticamente tutti. Siamo rimasti solo un certo numero di missionari cattolici (religiosi e laici), protestanti e qualche altro rarissimo. Siamo ora meno di trenta persone, mentre fino a tre anni fa gli stranieri erano duecento.

Tanti annunci, ma in realtà…

Da vari mesi, il governo camerunese sta cercando di rassicurare l'opinione pubblica che ormai la situazione nel nord del Camerun è sotto controllo. Negli ultimi mesi si è assistito al ritorno di alcuni organismi europei. Ma, ora, sono i rapimenti degli stranieri a suscitare un vero e proprio allarme. Tutto questo non è compatibile con gli annunci di un ritorno della sicurezza!

Misure molto restrittive della libertà personale sono applicate solo nel dipartimento del Mayo­Danay, che ha per capitale Yagoua, e che si trova a varie centinaia di chilometri dalla frontiera con lo stato di Borno, in Nigeria, dove c’è il feudo di Boko-Haram.

A fine febbraio, voci di un possibile rapimento delle suore di Guemé (alla frontiera col Ciad) hanno portato le autorità a trasferire le suore, che avevano in casa tre militari per la loro protezione e che da allora si trovano ancora in domicilio coatto e sotto controllo militare.

Quasi una prigionia

Mentre mi trovavo a Ngaoundéré, per una sessione di studi biblici, le autorità hanno misteriosamente chiuso la brigata militare alla quale io ero “affidato”. Una volta tornato a Dana, sono venuti a prendermi per condurmi all'episcopio di Yagoua. Da martedì 26 aprile mi trovo quindi in “domicilio coatto”, con obbligo di residenza sotto guardia armata dalle 18 di sera fino alle 6 del mattino Questa situazione è pesantissima, perché siamo privati della nostra libertà di risiedere nelle parrocchie dove lavoriamo.

Siamo tutti d'accordo sul fatto che sia una situazione eccezionale, ma il suo protrarsi diviene logorante e si sta trasformando in vera e propria prigionia.

“Non posso far nulla”

Posso ancora attendere un po' per vedere lo sviluppo della situazione, ma così non potrò vivere a lungo, perché quasi tutte le mie attività pastorali sono bloccate o limitate. Insegno a N'Djamena e a Maroua, ho un ministero legato a studi e ricerche: tutti i miei strumenti sono a Dana, la mia biblioteca è là. Vado a dormire presto la sera e mi alzo alle 3,30 per gli studi, per scrivere… All'episcopio di Yagoua non posso far nulla; inoltre a Dana già da molte settimane sono senza Messa.

A voi tutti, amici e familiari, chiedo un ricordo nella preghiera.



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