La mostra “Giocafricando”: Gioco e dialogo interculturale
La mostra sul giocattolo africano ha avuto grande successo. Lo testimoniano il numero di visitatori e le richieste di prenotazione che ne hanno fatto posticipare la chiusura di una settimana: in tutto, più di 7.000 persone hanno visitato la mostra.
Più di 3.500 alunni di scuole elementari, medie e superiori e oltre 3.500 adulti sono rimasti affascinati da meravigliosi giocattoli costruiti con materiale riciclabile da piccoli artisti africani. Un frutto della mostra sono anche 300 nuovi amici che hanno dato il proprio indirizzo per ricevere a casa “Missionari Saveriani”. Il merito va soprattutto ai numerosi volontari che si sono prestati con grande generosità a guidare scolaresche e pubblico, giorno dopo giorno, per due mesi.
Lunedì 17 gennaio si è conclusa “Giocafricando”, la mostra sui giochi africani allestita dai saveriani di Brescia. L’iniziativa ha offerto ai visitatori l’occasione di riflettere sulle situazioni dei bambini che abitano il sud del mondo: quei bambini per i quali il diritto al gioco è uno dei pochi rimasti, ma che spesso è legato a una necessità: vendere giocattoli da loro costruiti per sopravvivere.
Il gioco aiuta a capirsi
Ho partecipato alla mostra come guida e soprattutto come conduttrice di laboratori sul giocattolo ecologico. Con le scolaresche interessate, abbiamo fatto un’esperienza pratica, concreta e divertente, imparando a costruire giocattoli con materiale riciclato. In questo modo, la mostra dei giocattoli africani è diventata anche un’officina di giocattoli di tante culture diverse. Infatti, hanno partecipato all’iniziativa molte classi con un’alta presenza di alunni stranieri, tra cui bambini che provengono dai paesi dell’Africa, nati in Italia o arrivati qui con i loro genitori.
I bambini arrivati da poco, hanno difficoltà a capire e a parlare la nostra lingua; è come imparare tutto da capo. Molti di loro hanno visitato la mostra e hanno partecipato al laboratorio didattico. È stata un’occasione per ritrovare i giocattoli che già conoscevano, perché li avevano usato nei primi anni dell’infanzia e per mostrare alle insegnanti e ai coetanei cosa sono in grado di costruire con le loro mani e con la loro intelligenza. Così la mostra del giocattolo è diventata la mostra del dialogo: dialogo tra adulti e bambini, ma anche tra gli stessi bambini.
Il più bravo, per una volta
Ricordo, in una classe elementare c’era Tomy, un bambino del Burkina Faso arrivato da poco in Italia. I suoi compagni facevano domande e parlavano tra loro con la vivacità tipica della loro età. Tomy, invece, sembrava non capire quello che dicevo e spiegavo; osservava attentamente ogni oggetto, ma non diceva una parola. Finché ci siamo trovati davanti alla bicicletta di legno. Nel vederla si è illuminato e sorridendo l’ha indicata con un dito: “Io so fare”, ha detto orgoglioso ai suoi compagni e alla maestra. I compagni l’hanno guardato increduli, quasi invidiosi. Ma l’insegnante ha approfittato del momento per dire a tutti: “Tomy sa fare questa e molte altre cose!”. Per il momento, Tomy sta imparando da noi, ma arriverà il tempo in cui riuscirà a esprimersi meglio e spiegarci tante cose dell’Africa, che noi non conosciamo.
Esperienze simili si sono verificate anche durante i laboratori. Generalmente, i bambini stranieri sanno fare lavori manuali più dei nostri bambini italiani, e ciò riscuote ammirazione e stupore. Nei laboratori per costruire i giocattoli, gli alunni stranieri sono riusciti spesso a produrre il proprio lavoro con facilità. Per una volta, sono stati loro ad aiutare i compagni italiani che mostravano maggiori difficoltà. Per una volta, questi bambini si sono trovati “dall’altra parte”, dalla parte dei “bravi”: un ruolo che fa sempre piacere esercitare, almeno... per una volta!
Un’occasione di confronto
Quando ho cominciato a pensare cosa dire sull’Africa alle scolaresche e ai visitatori, avevo la percezione che non sarei mai riuscita a trasmettere la ricchezza di un continente con mille volti e culture, con tante povertà e altrettante risorse. Pensavo che guide africane avrebbero saputo parlare con maggiore competenza di una realtà che hanno vissuto personalmente.
In seguito mi sono resa conto che non è necessario essere “africanisti”; più importante è parlare dell’Africa con semplicità e con le parole del cuore. Troppo spesso rimangono in noi alcuni stereotipi: l’Africa povera, arretrata, priva di tutto; l’Africa che muore di fame, di guerra, di malattia. Parlando con i visitatori, abbiamo ricordato anche altri problemi: il colonialismo dei secoli passati e il neo-colonialismo che ancora persiste. Questo confronto ha permesso a tutti di pensare a un consumo più responsabile e rispettoso dei diritti di ogni persona e di ogni popolo. Insieme abbiamo riflettuto su questioni che non passano nei canali televisivi, ma che ci riguardano tutti da vicino.
I missionari saveriani hanno voluto portare un pezzo d’Africa tra noi, attraverso il gioco, linguaggio dei bambini. La mostra “Giocafricando” ha provocato un circuito di scambi e di riflessioni tra le persone che vi hanno partecipato e ha contribuito a guardare in modo nuovo a quella parte d’Africa che vive e cresce in mezzo a noi.







