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Tra leggenda e realtà: Suor Filomena e don Giovanni Melis

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Forse non tutti sanno che sui monti di Orani si trova il santuario di san Francesco Saverio, una chiesa campestre. Nella chiesa si svolge la "novena della grazia" dal 4 al 12 marzo per chiedere grazie e protezione attraverso l'intercessione del santo patrono delle missioni che, con la Madonna di Gonare, benedice i due paesi sottostanti Orani e Sarule, tenendo vivo lo spirito missionario. Infatti, vi presentiamo due persone davvero "leggendarie", che provengono dalle due comunità cristiane della nostra Sardegna.

La suora di Orani e il prete di Sarule

Dal paese di Orani suor Filomena Salis è arrivata nel 1960 in Pakistan Orientale (ora Bangladesh). Qui era stato da poco aperto l'orfanotrofio femminile dedicato a "San Luigi Gonzaga" nella missione di Satkhira. Non lontano, c'è Rogonnathpur, il villaggio cristiano di suor Filomena.

Lei è conosciuta come la suora "leggendaria" perché è scappata di casa a vent'anni per diventare missionaria in Bangladesh. Suor Filomena insegna alle donne a non vivere come schiave e a guadagnare qualcosa, facendo delle stupende cartoline ricamate a mano. Le fatiche del suo lavoro missionario sono state tante, come le delusioni per le ostilità di alcuni fanatici.

A Sarule il parroco è don Giovanni Melis, guida del gruppo missionario che ogni estate va in Burkina Faso. Anche lui, per la sua storia, può essere considerato un prete "leggendario". Don Giovanni, infatti, un diacono vedovo ordinato prete, conservava nel breviario la foto di una bambina della scuola materna di Bitti. Era sua figlia, che frequentava l'asilo mentre lui lavorava a Torino.

Un ponte con il Burkina Faso

Il gruppo missionario giovanile di Sarule in Burkina Faso collabora con i padri camilliani a Candaf, nel centro di accoglienza "Nostra Signora di Fatima", che accoglie malati ed emarginati. I giovani danno una mano compiendo lavori in muratura e manutenzione dei vari centri sanitari, o aiutando i camilliani nella visita ambulatoriale dei malati per sbendare le ferite di lebbra, medicare piaghe e soprattutto consolare i pazienti.

Dal 1967 in Burkina Faso lavora anche suor Bartolomea Casu di Alghero. Dirige il centro sanitario di Ouaga per i residenti delle campagne sud sahariane, dove si coltiva miglio e riso.

In questo Paese gli uomini bianchi sono chiamati "Nasara", perché i primi missionari, i "padri bianchi", annunciavano Gesù Nazareno, il Salvatore. La popolazione ha identificato i missionari europei con il Gesù Nazareno, predicato con i caratteri somatici dell'uomo bianco.

Ferite del corpo e dell'anima

In Burkina Faso, due bambini su dieci non arrivano al primo anno d'età decimati da fame, malaria, meningite e colera. L'Aids è molto diffuso; ogni anno un quarto degli infettati sono bambini che contraggono il virus dalla madre. L'analfabetismo è radicato, mancano le infrastrutture e l'economia si basa in prevalenza su un'agricoltura povera, perché il Paese si trova vicino al deserto del Sahel. Il lavoro di missionari e volontari è molto prezioso per lo sviluppo di questa povera nazione.

Dal 2000 don Giovanni Melis organizza le esperienze estive in missione. Non sono viaggi turistici, ma di solidarietà verso i malati e i lebbrosi, nel contesto di una cultura africana e islamica che considera la malattia un castigo e una maledizione.

Chi è malato deve curare non solo le piaghe del corpo, ma anche le profonde ferite morali, dovute alla perdita di affetto e rispetto da parte della famiglia, del villaggio e della società. Imparare a superare il disagio della repulsione per piaghe maleodoranti guarisce il malato e chi se ne prende cura. La malattia affrontata con amore dà un senso a chi è medicato, ma anche a chi disinfetta le piaghe.

Nel parlare delle esperienze missionarie estive don Giovanni afferma: "Chi non si sporca le mani non si compromette mai; ma non c'è più sporco di chi non si vuole sporcare".

Forse è questo il vero significato di "Nasara": far propria la sofferenza altrui nella solidarietà e misericordia.



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