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Sono le 9 del mattino del 28 novembre 1964. Con un forte stridore di freni, una jeep si arresta davanti alla casa della missione, a fianco della chiesa di Baraka. Fratel Vittorio Faccin, già al lavoro da due ore nella sua stanza, sente il vociare di alcuni simba, davanti all’uscio. Esce, convinto di riuscire ad allontanarli, come altre volte in passato. I simba lo circondano, mentre Masanga, il capo guerrigliero, se ne sta in disparte accanto alla vettura: gli contesta l’uso della “fonì”, la radiotrasmittente con cui i missionari, a parer suo, avrebbero informato le truppe regolari sugli spostamenti dei rivoluzionari.

Prima Faccin e Carrara a Baraka

Fratel Faccin lo lascia sfogare, pensando che la sceneggiata si sarebbe conclusa con una richiesta di denaro, che aveva già pronto, secondo un’odiosa e meschina prassi consolidata tra i guerriglieri simba, che si sentivano in dovere di estorcere denaro a chi consideravano traditore e oppositore della rivoluzione del popolo.

Questa volta, invece, Masanga non si placa; con rabbia, intima al missionario di salire sulla jeep. Frate​l Faccin ubbidisce; pensa che, dovendo passare davanti alla chiesa, avrebbe potuto avvertire p. Luigi Carrara di ciò che stava accadendo. Il conducente avvia la jeep e Masanga segue a piedi con gli altri guerriglieri.

Davanti alla chiesa, il fratello cerca di guadagnare tempo e comincia a tergiversare. I guerriglieri scendono dalla vettura lasciandolo solo. Masanga vuole proseguire con lui fino alla missione di Fizi. “Non posso lasciar solo padre Carrara a Baraka”, risponde mentre apre la porta per scendere. Masanga gli punta la pistola al petto e fa partire tre colpi. Poi ordina ai suoi uomini di trascinare sul terreno il corpo della vittima.

Padre Luigi Carrara, intento a confessare alcune donne anziane, ha visto e sentito tutto.

Si avvia verso il capo guerrigliero, indossando la stola violacea per le confessioni. “Ti porto a Fizi per ucciderti con gli altri padri”, gli grida Masanga. “Se mi vuoi uccidere, preferisco morire qui accanto al mio fratello”, gli risponde p. Luigi, che s’inginocchia per pregare accanto al cadavere del fratello.

Parte un’altra esplosione: il suo sangue si mescola e amplia la chiazza del fratello Vittorio.


… poi Didoné e Jubert a Fizi

Non contento, Masanga percorre i 29 chilometri di strada sinuosa, nell’animo l’odio contro i missionari di Fizi. Prima si dirige alla casa che serve da base al generale Shaban, comandante di tutte le forze dell’Armata popolare di liberazione dell’Est. Masanga dice al generale cosa ha fatto ai saveriani di Bar​aka e che vuole completare l’opera con quelli di Fizi.

Shabani non vuole e lo mette in guardia dal ripetere un simile gesto. “Che vantaggio ne ricavi?”, chiede il generale. “Sono morti quelli di Baraka, perché devono restare vivi quelli di Fizi?”. È la logica della violenza!

Sono circa le sei di sera quando la jeep di Masanga, ancora sporca del sangue di fratel Faccin, si ferma davanti alla statua dell’Immacolata che domina l’ingresso della missione di Fizi, a pochi passi dalla chiesa. Masanga chiama con voce rabbiosa p. Giovanni Didonè.

Il missionario non ha neppure il tempo di uscire che un proiettile lo colpisce sulla fronte. L’abbé Atanasio Joubert, un prete congolese ospite di padre Didonè perché minacciato di morte, si lancia verso una scarpata a pochi passai dalla casa.

Ma non fa in tempo: un proiettile lo raggiunge al cuore.


Perché tanta ferocia?

La duplice inutile violenza è stata la dimostrazione di forza del “colonnello” Masanga, per non perdere il controllo dei suoi seguaci. Masanga era un babembe del clan Balala (il più ostile ai bianchi) e abitava con le sue tre mogli a Katanga, villaggio vicino a Baraka. Prima di darsi alla lotta violenta e alla politica, aveva lavorato anche per la missione cattolica.

Tre giorni prima dell’eccidio, nel corso di una fallita imboscata a forze regolari, spalleggiate da mercenari professionisti, il gruppo di Masanga aveva perso settecento simba su mille. Dovendo rifarsi dal clamoroso insuccesso, il “colonnello” non aveva trovato di meglio che accusare i missionari d’aver diffuso gli spostamenti delle truppe “ribelli”, usando la “fonì”, la radiotrasmittente.

Uccidere i “capri espiatori” per placare gli animi è stata una clamorosa operazione di depistaggio. Le parole convincenti del “colonnello” furono molto efficaci, tanto che la sua jeep (bottino di guerra) fu subito stipata di simba. Le accuse più inverosimili, costruite ad arte, sono bastate a convincere che i missionari erano persone infide, fino a creare una vera fobia nei confronti dei missionari, unici testimoni stranieri rimasti nella regione.

Fratel Vittorio Faccin e p. Luigi Carrara, p. Giovanni Didonè e l’abbé Atanasio Jubert sono morti nel turbine di una guerriglia, vittime innocenti dell’odio razziale disseminato da una propaganda estremista. Il loro sangue, però, non è stato sparso invano.

È grazie al loro sacrificio e a quello di tanti altri missionari e missionarie se oggi il cristianesimo è vivo in tante nazioni dell’Africa.



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