I nostri veri ''tesori''
Sono parole molto suggestive: “Non abbiamo raccolto solo ossa… Abbiamo cercato di raccogliere le membra del corpo vivo, della chiesa, che i nostri confratelli hanno piantato e bagnato con il loro sangue. Giovanni, Luigi, Vittorio e Joubert, non hanno solamente battezzato, hanno anche molto catechizzato, dopo aver evangelizzato. I frutti del loro lavoro sono sopravissuti al loro olocausto...”.
Sono parole di p. Victor Ghirardi, scritte nei giorni in cui i resti mortali di p. Giovanni e dell’abbé Joubert, uccisi il 28 novembre 1964, sono stati portati da Baraka a Fizi, in mezzo a una folla immensa, e sono stati posti nel presbiterio della chiesa. Era il 23 giugno 1966.
Parole “suggestive”, perché interpretano bene il perché, come famiglia saveriana, vogliamo “fare memoria” dei nostri martiri p. Giovanni Didonè, p. Luigi Carrara, fr. Vittorio Faccin e dell’Abbè A. Joubert, che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Gesù Cristo.
Discepoli con il cuore squarciato
Non è difficile pensare a loro, come discepoli del Cristo permanentemente intrisi dell’acqua del battesimo, dilatato fino alle ultime conseguenze. Acqua viva che scaturisce da Cristo crocifisso come dalla sua sorgente, e che in loro zampilla per la vita eterna. E come discepoli, anche loro con il cuore squarciato, a significare l’amore totale! Anche loro, testimoni dell’Amore assoluto - martiri - “venuti non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue!”.
Niente succede per caso: la famiglia missionaria, a cui loro appartengono, ha in se stessa la prospettiva di una testimonianza dell’Amore assoluto “anche con il sangue”.
È lo stesso san Guido Conforti che lo pone come orizzonte ultimo possibile per i suoi missionari, additando il Cristo crocifisso come modello assoluto. Il fondatore non ha mai tenuto nascosto ai suoi figli anche questo orizzonte. Ne ha parlato in tante occasioni, come un ritornello, soprattutto nei discorsi ai partenti che, dal 1899 al 1931, salpavano per la Cina.
Il martirio della vita missionaria
“Il missionario è colui che ha contemplato in spirito Gesù Cristo… e ne è rimasto rapito. A questo ideale egli sacrifica la famiglia, la patria, gli affetti più cari e più legittimi…, pronto sempre a versare il proprio sangue, se questo sarà necessario, per il bene dei fratelli, anzi con il desiderio nel cuore di suggellare con il martirio il proprio apostolato” (Conforti, discorso ai partenti, 16.11.1924).
Martirio di Cristo, martirio del discepolo. Espressione d’amore, pienezza d’amore! Non solo possibile, ma desiderato, il martirio entra nella quotidianità della vita missionaria. Da questi presupposti nasce la spiritualità che il fondatore ha dato ai suoi figli, la cui prima componente è appunto la contemplazione di Gesù in croce:
“Il Crocifisso è il gran libro sul quale si sono formati i santi e sul quale noi pure dobbiamo formarci. Tutti gli insegnamenti contenuti nel vangelo sono compendiati nel Crocifisso. Esso ci parla con un’eloquenza che non ha l’uguale: con l’eloquenza del sangue. Ci insegna l’umiltà, la purezza, la mansuetudine, il distacco da tutte le cose della terra, l’uniformità ai voleri divini e soprattutto la carità per Dio e per i fratelli”.
Il ricordo dei nostri confratelli martiri non può che confermarci in questa “consacrazione per la vita e per la morte”.
Il nostro voto di missione, infatti, è dono totale, sequela radicale, testimonianza d’amore: martirio!
“La vita apostolica, congiunta alla professione dei voti religiosi, costituisce per sé quanto di più perfetto, secondo il vangelo, si possa concepire…; sono come una specie di martirio a cui, se manca l’intensità dello spasimo, supplisce la continuità di tutta la vita” (Lettera Testamento 2).
Ecco i loro nomi: undici + tre
Ogni ricorrenza, come anche questa del 50° anniversario del martirio dei nostri confratelli, è kairòs, occasione dentro cui Dio ci parla ancora, dove il passato è fecondo di vita, per diventare impegno, da parte di noi tutti, nel cammino intrapreso.
Ci è caro quindi fare riferimento a tutti coloro che, della nostra famiglia, hanno incarnato e fissato per sempre la loro donazione con il gesto supremo della vita immolata! I loro nomi risuonano tra noi come stimolo per la fedeltà “alla vocazione alla quale siamo stati chiamati”: Caio Rastelli, Giovanni Botton, Giovanni Didonè, Luigi Carrara, Vittorio Faccin, Mario Veronesi, ValerianoCobbe, Alberto Pierobon, Salvatore Deiana, Aldo Marchiol, Ottorino Maule. Aggiungiamo ora le tre sorelle saveriane: Olga Raschietti, Lucia Pulici, Bernardetta Boggian (uccise a Kamenge - Burundi, il 7 e 8 settembre 2014).
I “tesori” della famiglia saveriana
“Fare memoria” dei martiri è come rivisitare i “tesori” della nostra famiglia missionaria, ma evitando ogni retorica del martirio e l’esaltazione del sacrificio in quanto tale. “In realtà, ciò che si magnifica è la forza del bene. Ed è così che il martirio diventa segno di speranza: esso mostra che la resistenza del bene è più tenace della violenza aggressiva del male” (p. Francesco Marini, sx).
Il ricordo di questi nostri fratelli e sorelle, uccisi per la loro fedeltà a Cristo e al popolo a cui furono inviati, ci obbliga a includere nella memoria il martirio delle innumerevoli persone che insieme a loro hanno lottato, pregato, sofferto, patito violenza, per giungere davanti a Dio con il dono supremo delle loro esistenze.
Lo scrittore Gabriel García Márquez ha scritto: “La patria non è la terra dove si è nati, ma dove sono sepolti i nostri morti”.
Molteplici sono quindi le patrie di noi saveriani, là dove i corpi dei nostri fratelli sono stati “seminati” come il chicco di grano, per dare molto frutto a suo tempo. I corpi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.







