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Ognuno di noi, per quanto piccolo sia il suo conto in banca, si sarà chiesto almeno una volta in che modo gli istituti di credito usano i propri risparmi, in quali attività investono, quali aziende prediligono. La risposta non è facile nemmeno per gli esperti. La gran parte delle attività delle banche è infatti coperta dal segreto bancario.

C’è un settore, però, che per legge deve essere trasparente: l’attività delle banche nella compravendita di armamenti. La legge 185/1990 stabilisce infatti che la Relazione annuale del governo deve contenere un capitolo sull’attività delle banche nel commercio di armamenti italiani. È grazie a questa norma che sappiamo, dalla fonte ufficiale, quali sono le banche operative nel settore degli armamenti, le cui specifiche attività sono monitorate dalla Campagna di pressione alle “banche armate”. Quest’ultima fu promossa nel 2000 dalle riviste “Missione Oggi” dei Saveriani, “Nigrizia” dei Comboniani e “Mosaico di Pace” di Pax Christi. Tale Campagna, in questi 20 anni, ha svolto un’importante azione di informazione e sensibilizzazione sulle attività delle banche in questo controverso settore.

Data la necessità di finanziamenti e servizi da parte delle aziende armiere, le banche hanno un ruolo fondamentale. Diverse banche sono azioniste delle principali aziende militari, concedono prestiti, anticipi e fidi per la produzione di armamenti e svolgono operazioni di pagamento e di incasso, molto spesso con ampi compensi di intermediazione, nella compravendita di sistemi militari. Proprio per questo, fin dall’inizio, la Campagna ha chiesto a tutte le banche italiane ed estere di emanare direttive rigorose e trasparenti circa la loro attività nel settore degli armamenti.

Nel corso di questi anni, la Campagna ha ottenuto numerosi e importanti risultati: quasi tutti i maggiori gruppi bancari italiani si sono dati delle regole, spesso limitando ai soli Paesi alleati dell’Unione Europea e della Nato le operazioni bancarie per l’esportazione di sistemi militari, ed alcune banche hanno deciso di non concedere servizi al settore degli armamenti.
Negli ultimi anni, però, sono emersi due problemi: la tendenza da parte dei governi italiani ad incentivare le esportazioni di sistemi militari anche a Paesi verso cui sarebbero vietate (Paesi in stato di conflitto armato, i cui governi sono responsabili di gravi violazioni di diritti umani, Stati altamente indebitati che spendono ingenti risorse per armi, ecc.) e, soprattutto, il graduale allentamento da parte di diversi istituti di credito delle rigorose direttive che avevano emesso in precedenza per limitare la loro operatività nel campo degli armamenti.

Proprio per questo, lo scorso luglio le tre riviste hanno deciso di rilanciare la Campagna di pressione. Facendo appello, innanzitutto, alle comunità cristiane (diocesi, parrocchie, istituti religiosi…) e alle associazioni del terzo settore per chiedere di verificare le banche di cui sono clienti e anche di rinunciare a donazioni provenienti da istituti di credito che sostengono l’industria e il commercio di armamenti.
La Campagna invita anche i singoli correntisti ad interpellare la propria banca in merito a questo problema: una lettera-modello e tutte le informazioni sono disponibili sul sito: www.banchearmate.org. Sono piccole azioni, ma quanto mai importanti se non vogliamo che la banca in cui depositiamo i nostri risparmi li usi per finanziare vendite di armi che alimentano la “terza guerra mondiale a pezzi”, di cui parla spesso papa Francesco.



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