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Cosa imparare da una tragedia? ...lo tsunami in Giappone

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Alcuni giovani della parrocchia di Izumi Sano - Osaka, Giappone - mi hanno chiesto una riflessione per ricordare l'11 marzo 2011. L'abbiamo fatta sabato 10, la vigilia dell'anniversario dello tsunami, approfittando dell'appuntamento mensile del "tomarikai - due giorni in parrocchia". Vi hanno partecipato, come sempre, anche giovani non-cristiani.

Domande da... Giobbe!

Mi sono preparato bene, soprattutto per la delicatezza del momento. Quale riflessione offrire a questi giovani? Quale parola evangelica potrebbe parlare al loro cuore? Sia per i cristiani che per i non-cristiani, che immagine di Dio è importante annunciare? È un punto molto delicato, perché nel profondo di ognuno si annida la domanda: "Come conciliare la bontà di Dio e il male presente nel mondo? Se Dio è Amore, perché...?".

Domande da Giobbe, che non si possono liquidare con leggerezza, soprattutto quando ci si confronta con persone provate dalla sofferenza e dal dolore, o quando - come nel caso del Giappone - le ferite sono a livello di popolo e di società.

Ho pensato di donare ai giovani un unico versetto evangelico: "La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo" (Gv 16,21).

"La donna che partorisce"

Un'immagine che qualsiasi donna che ha dato alla luce un figlio può naturalmente comprendere. La donna è afflitta nell'avvicinarsi della "sua ora" del parto: momento di dolore e di distacco. Il bambino e la madre, che hanno vissuto in simbiosi fisica e psicologica, si separano; e questo, avviene nel dolore fisico e spirituale. Ma quando il bambino viene alla luce, "non si ricorda più dell'afflizione". Rimane certamente il ricordo del dolore, segnato nella sua carne; ma la donna non si ricorda più dell'afflizione, che rischia di ottenebrarle la gioia del presente e di frustrarle il desiderio di una nuova maternità.

Questa piccola parabola ci parla della passione, morte e resurrezione di Gesù; in particolare, ci parla del rapporto tra Gesù crocifisso-risorto e i suoi discepoli. Certo, non c'è la spiegazione del male e del dolore. Ma forse neanche Gesù ha avuto tale pretesa.

Ricordare per riconciliare

A questo riguardo, ho voluto comunicare ai giovani che il vangelo e la nostra fede non sono un prontuario per le difficoltà della vita, né un'anestesia per il dolore del mondo. Attraverso questa immagine, invece, ho cercato di comunicare che nel concreto del nostro vivere, il vangelo ci dona sempre la possibilità di un cammino di riconciliazione nei e dei momenti difficili, in questo caso attraverso l'atto del "ricordare per dimenticare": ricordare l'evento indelebile del dolore per dimenticarne il sentimento di afflizione che da quel dolore è stato generato.

Ai giovani ho voluto proporre la rilettura di un cliché di domande che spesso viene applicato a questi frangenti: "Perché il male? Perché il dolore? Perché Dio ha permesso...?". Sono domande legittime. Tuttavia, allo stesso tempo, esse rischiano di allontanare il fuoco dell'attenzione dal livello più profondo dell'esperienza del male e del dolore. In altri termini: "Io, come reagisco dinanzi al male e al dolore? Del male fatto e del male subìto - e spesso assurdamente subìto - io cosa me ne faccio?".

Il mistero della natura

Capiamo bene che nel ricordo dell'11 marzo, questo "io" diviene un "io collettivo" di un intero popolo. Perciò mi pare necessario ripercorrere il difficile percorso del "ricordare per dimenticare", in vista di una riconciliazione non solo con le responsabilità di errori umani (l'incidente nucleare di Fukushima, gli sbagli nei piani regolatori di intere aree costiere...), ma di una ben più difficile riconciliazione con il mistero di una natura che da generatrice di vita si è trasformata, in pochi minuti, in macchina di distruzione e di morte.

Ho letto assieme ai giovani anche alcuni articoli e interviste che a mio avviso esprimono bene l'inizio di questo cammino di riconciliazione.

E così, nella semplicità, senza troppi rumori, proprio nella via che mi è stata insegnata dai giapponesi, abbiamo scoperto che anche da una tragedia si può imparare in positivo.



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