Paolo e Israele
Tra i contributi più rilevanti di Paolo alla teologia cristiana – qualcosa che attende ancora di essere messo più pienamente in luce – si deve annoverare il modo con cui vive e spiega il rapporto con il proprio popolo e la sua tradizione. Il suo apporto è tanto più importante in quanto egli esperimenta personalmente tutte le fasi dell’interazione tra Israele e il movimento di Gesù, dalla persecuzione all’essere perseguitato, passando per la conversione, la meditazione sul senso di quanto avvenuto, la predicazione ai propri fratelli e ai pagani.
Per quanto riguarda la persecuzione della Chiesa, il motivo della sua azione può essere ricondotto a quanto dice di se stesso: “accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri” (Gal 1,14).
Con l’acutezza che lo distingue, Paolo vede che il modo con cui i cristiani si rapportano a Gesù ha la potenzialità di relativizzare la funzione di Israele nel quadro del disegno divino, attribuendo a Cristo il ruolo di unico mediatore della salvezza, aperta nella sua persona a tutti gli uomini.
DI FRONTE A CRISTO: TUTTI MENDICANTI DELLA SALVEZZA
Cristo (non più Israele, o meglio: Israele ancora, ma ricompreso a partire dal mistero di Cristo) sarebbe colui che viene scelto e separato; Israele dovrebbe lasciare a lui il ruolo di mediatore, prima appannaggio proprio, e mettersi, insieme con gli altri gentili, dalla parte di quelli che devono credere in un altro e, insieme con loro, riconoscersi mendicante della salvezza. Ciò che fa passare Paolo su questa sponda è la rivelazione di Cristo, che Dio opera in lui. Possiamo interpretare questo evento come esperienza primigenia dello Spirito di Dio e di Cristo.
Il rapporto che salda Paolo a Cristo attraverso Dio, a Dio attraverso Cristo, è diverso e superiore al rapporto che legava Paolo al suo essere Israele e a Dio attraverso questa sua identità. Un rapporto che egli interpreta come divino e come dono assolutamente preveniente, come grazia sempre in atto, continuamente creativa di novità, nella coerenza di tale relazione. Il suo conoscere Cristo, il suo conoscersi in Cristo, viene dallo Spirito, mentre il suo conoscersi come Israele gli era dato insieme alla sua vita fisica, avendone incondizionata disponibilità.
LA FEDE IN CRISTO E L’APPARTENENZA CULTURALE
Una volta arrivato sulla sponda cristiana, Paolo cerca di spiegare a se stesso e ad altri ciò che è avvenuto, e la verità di tale processo. In questo egli crea paradigmi estremamente utili, in tutti i tempi. Quanto scopre non vale solo per il rapporto con quegli Israeliti che non credono ancora in Cristo (l’avverbio “ancora” è necessario, se un cristiano vuole avere gli stessi sentimenti di Cristo; un cristiano non può, infatti, pensare una situazione di mancanza di fede come stabile e definitiva; deve sempre vedere anche il desiderio che Cristo ha su ogni persona, cioè di rivelarsi pienamente ad essa e diventare – scelto da essa come Signore – la sua felicità). Vale per ogni conversione. Diventa credente in Cristo chi lo riconosce superiore alla propria razza e cultura, chi per lui lascia perdere, dimentica, considera come spazzatura la propria appartenenza razziale e culturale.
Deus sive cultura: la fede in Cristo infrange questo idolo, in tutti i tempi, sotto tutti i cieli. Ed è difficile allo stesso modo, sempre e ovunque.
LA LEGGE DI ISRAELE E IL PECCATO
Vivendo l’esperienza del nuovo rapporto con Cristo, Paolo lo scopre come unità di realtà e immagine di Colui che è scelto da Dio. Egli è la Legge che Dio rivela. Scoprire i suoi contenuti, capire il loro significato per il presente irrepetibile di ogni singolo credente, tutto questo si attua attraverso il suo Spirito: la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù (Rm 8,1). Mentre prima il rapporto di Israele con Dio era conosciuto direttamente da ogni Israelita, ora il mistero del rapporto tra Gesù, il Figlio, e Dio, è continuamente rivelato attraverso lo Spirito, accolto nella fede che opera attraverso la carità.
È su questo diverso tipo di conoscenza che Paolo appunta il suo sguardo, e scopre che anche la conoscenza che Israele ha di se stesso, della sua “Legge”, pur essendo egli scelto da Dio, è una conoscenza malata, preda del virus del peccato. Paolo vede il gioco disperato che si instaura tra l’Israele conoscente (il più alto tra tutti), e la Legge, il più eccelso oggetto di contemplazione. Nemmeno Israele riesce a salire su questa scala, il peccato lo impedisce. Solo in Cristo questa impresa riesce: Cristo è l’unico oggetto di pensiero che quando viene pensato santifica colui che lo pensa, perché santifica l’atto del suo pensare, attraverso il suo Spirito.
Così la contraddizione di non poter ottenere giustificazione attraverso la Legge, sancita dalla Legge stessa (il giusto vive della fede, non dell’eseguire i comandi della Legge, Gal 3,10- 12), viene tolta dalla rivelazione di Cristo, che chiede un atto totale e totalizzante, nel quale non c’è più spazio per il guardarsi, il calcolare, lo strumentalizzare.
Allo stesso tempo, mentre Paolo afferma che la Legge non può dare la vita (cf. Gal 3,21), riconosce comunque anche che la Legge prepara l’avvento di Cristo (Rm 3,21), annunziandolo e facendo sentire da quale malattia avrebbe liberato insieme Israele e l’umanità (Gal 3,22). Così, oltre alle differenze, egli vede anche l’unità del piano di Dio, unità che però può essere colta solo a partire dalla fede in Cristo.
Infatti è nel credente che si rivela la giustizia di Dio (Rm 1,17), per gli altri tutto rimane un labirinto senza via d’uscita (Rm 11,7-10).
L’“ACTUS CHRISTI” E L’UNIVERSALITÀ DELLA FEDE
La chiave di tutto è nascosta nella persona di Cristo. Nella sua figura Paolo individua con chiarezza il punto sorgivo di un fiume che inonda di sé tutto l’universo. Egli lo vede come esperienza: “Egli ha dato se stesso per me” (Gal 1,4 e 2,20). “Se stesso”, non semplicemente come oggetto a disposizione; anche, in quanto la fede è scelta libera e liberante; ma in particolare come fonte di vita: ha dato se stesso, la sua vita il suo rapporto con il Padre, il suo donarsi. Egli lo vede come intenzione, mai scoperta e scelta abbastanza: caritas Christi urget nos, noi che riflettiamo come uno sia morto per tutti, ponendo tutti nella sua morte, vigilia della risurrezione (2 Cor 5,14).
L’actus Christi in Paolo vede riconosciuta la propria centralità come sorgente del pensiero teologico, del mondo e dell’uomo nuovo.
Paolo desidera perdersi in quell’atto, avere la mente di Cristo (1 Cor 2,16; Fil 2,5). La fede è allo stesso tempo la scoperta e la scelta di unirsi all’evento rivelato in Cristo: la sua fedeltà al Padre mostra la fedeltà del Padre alle promesse; credere in lui significa dare il proprio assenso, giocarsi sul suo atto e sulla sua portata divina. Tale atto è aperto a tutti, tutti quelli che la grazia dello Spirito tocca, grazia che accompagna la parola dell’annuncio. Essa è il seme del popolo che Dio si forma tra tutti i popoli.
CRISTO TOTALMENTE INCLUSIVO ED ESCLUSIVO
In Rm 11,26 Paolo parla della sua sicura speranza, del mistero della salvezza finale di tutto Israele, che così sarà salvato allo stesso modo che tutti i gentili, attraverso la misericordia di Dio. Così l’unità del piano di Dio è assicurata; e nello stesso tempo il disegno speciale su Israele compiuto. In quanto Paolo dice non c’è compromesso, né ritorno. Quanto egli vede in rapporto ad Israele esprime anche la sua visione nei confronti di ogni altra via. Cristo è totalmente inclusivo ed esclusivo di ogni altra mediazione. Egli è già il più vicino al cuore dell’uomo. Egli è il metodo di se stesso.
Cercare altre strade – Paolo ne parla in Colossesi – vuol solo dire che Cristo non basta; in fondo, che non è lui il mediatore cercato. Vuol dire farsi mediatori al posto suo del rapporto tra Dio e se stessi.
Ricadere fatalmente in quel vicolo cieco che Paolo continua a denunciare: l’essere preda del peccato e della morte. La persecuzione di cui Paolo viene fatto oggetto dai suoi fratelli continua a segnalare il rischio che anche la sua visione della salvezza corre, sui difficili sentieri del pensare teologico: c’è sempre qualcuno che ha di Cristo una interpretazione più vasta, più onnicomprensiva, più utile al presente. Fatalmente ci si avvia a una teologia senza Cristo, a un rapporto con Dio che si immagina più diretto, ma che riesce solo a dimenticarsi il maestro per strada.






