PADRE GINO FOSCHI / MISSIONARIO SAVERIANO IN CONGO RD
Carissimo Gino, ti ricordi il periodo che passammo insieme a Cahi, alla periferia di Bukavu, dal 1996 al 2001? Da lì saresti partito per l’Italia, costretto dalla malferma salute. Eri già abituato al clima socio-politico della periferia, con la sua demografia esuberante e sofferente, ma anche piena di rifugiati ruandesi che a ondate alterne dal ‘94 aveva visto prima i tutsi e poi gli hutu chiedere rifugio.
MUNZIHIRWA: LA SENTINELLA DEL POPOLO
Ti ricordi l’improvvisa visita serale del vescovo Munzihirwa, venuto ad insediarti canonicamente come parroco? Stavamo pregando i vespri quando sentimmo la sua voce tonante: “Sembra che in questa parrocchia ci sia un parroco abusivo!”. E così la lettera della tua nomina fu firmata all’istante durante una cena frugale, mentre ci scambiavamo qualche idea sulla situazione preoccupante del paese. Non potevamo immaginare che sarebbe stato l’ultimo incontro con il vescovo “sentinella del popolo”, ucciso da lì a poco.
Ti ricordi, Gino, come furono difficili quei mesi di agosto e settembre del ’96? La gente era tutta occupata a salvare i pochi soldi di cui disponeva, a causa dell’inflazione, che ne divorava il valore dal mattino alla sera. Che confusione, non capivamo più nulla! Munzihirwa aveva più di tutti le idee chiare. Ti ricordi le sue lettere? Le sue analisi, l’ordine ai preti di restare; l’invito ai soldati congolesi di resistere e di non angariare la popolazione; la denuncia d’ipocrisia alla comunità internazionale. Munzihirwa sapeva già dei movimenti delle truppe ruandesi, ugandesi e burundesi per invadere il Congo RD. È stato eliminato anche per questa sua visione lucida della realtà. Eravamo improvvisamente entrati nell’occhio del ciclone di una violenza gratuita e spietata, che non risparmiava nessuno.
COMPAGNI DI EMMAUS
La situazione si aggravò con l’arrivo della guerra. Ti ricordi, Gino, l’ultima occasione offertaci per lasciare il paese? Ti ricordi i nostri pensieri e la riscoperta della nostra comunione di vita e di destino con la gente con la gente, proprio come lo domandano le nostre Costituzioni saveriane? In quei frangenti drammatici, carichi di ansia e preoccupazione, fece breccia nelle nostre paure il senso della vita consacrata e missionaria. Ci dicemmo che con la consacrazione religiosa avevamo già dato la nostra vita e che era giunta l’ora di vivere in comunione piena con la gente che Dio ci aveva affidato. “Allora restiamo!”, ci dicemmo l’un l’altro. Ti ricordi? Ci confessammo e affidammo alla misericordia divina. Da quel momento fummo “i compagni di Emmaus”, espressione che ci identificava anche nelle comunicazioni criptate con la radio ricetrasmittente.
Il 29 ottobre verso le 14.00 iniziò il bombardamento a tappeto. Eravamo rannicchiati sotto il tavolo, sgranando rosari: uno, due, tre! Poi ci abituammo al rumore delle bombe e iniziammo a raccontarci le nostre vite, le nostre vocazioni, le nostre aspirazioni, fino a quando calò il silenzio. L’incontro con i militari ribelli fu abbastanza cortese. Perquisirono la nostra casa, quella delle suore e poi ci dissero di restare calmi. Noi calmi non eravamo proprio, ma vedere negli occhi i nostri aggressori contribuì a recuperare la calma.
L’UCCISIONE DEL VESCOVO
Il giorno dopo, ti ricordi, che strana sensazione, un silenzio tombale regnava attorno a noi. Gli abitanti del quartiere erano quasi tutti fuggiti. Chiedemmo informazioni via radio: “Qui Emmaus, ci sono notizie?”. Bisognò insistere e aspettare finché ci dissero: “Hanno ucciso il vescovo!”. Ti ricordi la nostra costernazione. Mettemmo il naso fuori dal cancello, un cadavere qui, uno là, un altro più avanti. Dieci ne abbiamo sepolti. C’è voluta tutta la giornata. L’isolamento è durato dieci giorni. Quale gioia quando la gente ritornò e ci trovò sul posto, ancora vivi, visto quel che era successo al vescovo. La nostra permanenza creò attorno a noi un clima di autorevolezza e santità, condivisa anche dai protestanti.
IL NUOVO VESCOVO KATALIKO
Nel 1997 arrivò il nuovo vescovo, Emmanuel Kataliko, da Butembo! Con lui la vita ecclesiale riprese. E tu, Gino, avesti una visione: allargare lo spazio della chiesa, per accogliere e sostenere le speranze della gente. Ti misi a calcolare, misurare, progettare. Avremmo fatto l’ingresso all’inizio del Grande Giubileo nella messa della vigilia di Natale 1999. Ma non potevamo pensare solo alla chiesa di mattoni, bisognava darsi da fare anche per la scuola, la formazione dei giovani, offrendo loro una prospettiva (metà della popolazione congolese aveva meno di 17 anni!) perché la guerra aveva fatto loro molti danni. E allora via, con il progetto delle scuole tra cui la famosa scuola tecnica. E se il lavoro aumentava e il riposo diminuiva, il tempo dedicato alla preghiera restava costante.
Spesso ti vedevo in chiesa, subito dopo pranzo. Andavi a fare la siesta davanti al Santissimo. Tiravi da lì la tua forza: me l’hai insegnato con la tua vita.
1998: UNA NUOVA GUERRA
Il 2 agosto 1998 iniziò una nuova guerra! Si respirava già nell’aria. Questa volta passò veloce in città, ma si incancrenì all’interno del paese procurando ogni sorta di malversazione, saccheggi, terrore e massacri nei confronti della popolazione inerme e delle istituzioni della Chiesa. Il coraggio del vescovo Kataliko ci stupì tutti. Nella sua lettera di Natale 1999 denunciò senza paura al mondo intero che questa “guerra di liberazione” era in verità una feroce guerra di occupazione. Questo gli costò l’allontanamento dalla diocesi per più di sette mesi. Cosa non abbiamo fatto e inventato, Gino, con le altre parrocchie della città, per protestare contro questo abuso del potere politico? Manifestazioni popolari, striscioni, manifesti, sit-in, petizioni e persino lo “sciopero delle messe” perché ci avevano tolto il garante visibile della comunione ecclesiale! Fu una mobilitazione costante, abbastanza stressante, a dire la verità.
UNA CHIESA TUTTA MINISTERIALE
Quante idee abbiamo condiviso! La visione di una Chiesa tutta ministeriale, diaconale, sinodale diremmo oggi, valorizzando al massimo i ministeri laicali e delle religiose. La parrocchia riscoprì l’orizzonte missionario superando i confini abituali, geografici, etnici, culturali, religiosi, per qualificarsi come una presenza di spirito evangelico accanto alla gente.
Ci spingemmo all’incontro della cultura popolare, anche là dove faceva più danni alla dignità umana, affrontando e interpretando gli aspetti ambigui della magia, dell’occultismo, della stregoneria, del fatalismo, della corruzione ecc.
Nei quartieri a maggioranza protestante, cercammo l’intesa su progetti di sviluppo, azioni di giustizia e pace, creazione di gruppi di auto difesa nei confronti dei militari che imperversavano con scorribande notturne.
LA MESSA DI PROTESTA
Questo non fece certo bene al tuo cuore, caro Gino, e verso la fine del ’98 cominciasti a sentire le prime avvisaglie del malore. Non volevi approfondire la questione per non abbandonare la gente martoriato che aveva bisogno di persone come te. Però il giorno in cui non riuscisti a finire la messa e, bianco come un panno appena lavato, sorridevi dolcemente come al solito, quasi scusandoti perché il cuore si era messo a fare i capricci, ti resi conto che bisognava staccare e andare in riparazione.
Lunedì mattina 22 aprile 1999, proprio quando dovevi partire per Bujumbura per prendere l’aereo, era prevista una messa speciale per far arrivare un messaggio chiaro della gente ai rappresentanti dei belligeranti, a Sun City, in Sudafrica, per cercare una via d’uscita al conflitto.
Alle 6.00 del mattino scoprimmo che la chiesa era circondata da militari fortemente armati per impedire la celebrazione della messa di “protesta”. Con le suore entrammo in chiesa per iniziare la celebrazione. La gente, assiepata sulla strada, iniziò a cantare. Quel canto ci strinse il cuore fino al pianto. Con le suore decidemmo di portare la comunione alla gente sulla strada. I militari, più sopresi di noi, non ci impedirono di raggiungere la gente. Che emozioni profonde prima della tua partenza! Davvero, Gino, non potevi partire senza quella messa di strada, senza quella grande manifestazione di alleanza che tu avevi contribuito a siglare tra la Chiesa e la gente martoriata del Congo.
GINO, MURHABAZI, L’UOMO CHE AIUTA
È stato bello lavorare con te, Gino! La tua dolcezza rendeva facile il rapporto; il tuo impegno indefesso trascinava; il tuo buon umore rasserenava. È stato bello pregare, riflettere, progettare, verificare insieme. Mi hai trasmesso una grande fiducia nella Provvidenza: Conservo gelosamente nel cuore una delle tue frasi preferite: “A colui che in tutto ha il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi” (Ef 3,20). La tua giovialità e convivialità ti aveva valso l’appellativo di “Murhabazi”, che nella lingua mashi significa “colui che aiuta”. Davvero mi hai aiutato, Gino! Ringrazio il Signore di essermi stato confratello e amico: “Mwira Wani” (amico mio)! La tua memoria mi permette oggi di continuare la vita missionaria con più senso e di aiutare meglio gli altri.







