Le prime impronte della missione
È poco più di un mese che i piedi sono arrivati in questo angolo di Africa: Mozambico, città di Dondo, poco sopra il 20° parallelo dell’emisfero australe, a poche decine di chilometri dalla costa dell’oceano Indiano. I passi camminati in questo tempo breve sono tanti e belli. La sera guardo i piedi impolverati, felici di avere camminato. Le strade qui sono di terra sabbiosa color giallo paglia: le impronte rimangano a lungo. Mi giro indietro, ringrazio Chi è cammino, Chi mi fa camminare e Chi mi prende per mano. Provo a sostare su alcune impronte e le condivido con voi.
IMPRONTA PRIMA: LA COMUNITÀ E LA SERA SUCCESSIVA
Ottima l’accoglienza in comunità. Siamo quattro, due italiani e due messicani. Come Missionari Saveriani siamo presenti anche in altre tre comunità a nord ovest, verso l’interno, verso il fiume Zambesi, a distanza di circa 400 km da Dondo. In tutto siamo dieci. Siamo pochi e siamo qui da quattordici anni, vale a dire pochi: sono i primi passi. La sera successiva abbiamo celebrato la messa in parrocchia. Eucaristia potente di vita, canto e gioia nella quale piedi, testa e cuore si mettono al posto delle mani per suonare il tamburo. Prima della conclusione sono stato presentato alla comunità; con quel poco di portoghese che ricordavo mi è venuto da dire che il giorno prima erano arrivati in Mozambico i piedi, mentre dopo quella messa era arrivato anche il cuore. Sì è così. Perché i piedi arrivano rapidi con l’aereo, mentre cuore e testa non rispettano le leggi di tempo e spazio e a volte vanno più veloci, mentre altre volte arrivano un poco dopo.
IMPRONTA SECONDA: MATTINA E POMERIGGIO
Alla mattina studio portoghese. Terminato il portoghese, dovrei cominciare il cisena, la lingua autoctona di origine bantu parlata nella regione. Per ora parlo cisungo: sono nsungo (bianco) e parlo cisungo (cosa di bianco). Ci vuole tempo per parlare cisena (cosa di sena) e, soprattutto, per diventare sena. Se non nella pelle, farò del mio meglio per essere sena nella testa e nel cuore. Sono i primi passi in una cultura altra che mi accoglie e cerco di farli in punta di piedi. Al pomeriggio, ho cominciato a girare i quartieri di Dondo con la Pastoral da Caridade. La Pastoral da Caridade sono nonne, tanto miti quanto combattive, che conoscono i malati, i poveri, gli anziani. Insomma, ottime maestre di vita e di Evangelo vissuto. Un osservatorio evangelico (e sociologico) per mettere radici poco alla volta in questo popolo e in questa terra. Alcune nonne parlano solo cisena.
Difficile capirsi? Ma la prassi della ferialità è di aiuto ad andare in fondo fino a quel substrato di umanità che precede le peculiarità delle culture.
IMPRONTA TERZA: NHAMIZINGHERWA E PENSIERI VARI
Nhamizingherwa, villaggio di capanne sparse, è una delle 12 comunità fuori dalla città. È la più lontana, a tre ore e mezzo di jeep su sentieri di terra sabbiosa. Durante la stagione delle piogge rimane isolata, circondata dall’acqua. Qualche settimana fa sono stato a Nhamizingherwa con Enrique e due catechisti che parlano bene il sena. Si parte la mattina presto del sabato, si dorme in tenda o in palhota e si torna la sera della domenica. È una delle comunità più recenti: la gente sta imparando a fare il segno della croce. Quella mattina mi sono alzato alle cinque per vedere il sole sorgere: palla di fuoco rossa che si alza lentamente tra l’umidità spessa della notte, le sagome poderose degli alberi e la sinfonia mistica degli uccelli.
Dicevo grazie al Dio della vita, poi la testa diventava un vortice di pensieri e mi chiedevo che ne sarà quando anche lì arriverà una strada, il telefono, la coca cola, la tv...
IMPRONTA QUARTA: DIA DA PAZ
Il 4 ottobre in Mozambico è il Dia da Paz, vale a dire il giorno della pace. Il 4 ottobre del 1992 furono infatti firmati a Roma gli accordi di pace, dopo una guerra civile (esistono guerre civili?) fratricida che in 16 anni aveva ucciso più di un milione di persone. Ovunque, dalle città ai piccoli villaggi, ci sono state iniziative per non dimenticare la storia e per dare radici alla memoria. La gente ha voglia di pace e il fare festa assieme è un volto di questa sete di pace. Non può non essere così. Anche perché i 16 anni di guerra civile sono stati preceduti da 11 anni di guerra di liberazione dal Portogallo, cominciata nel settembre del 1964 e terminata con l’indipendenza, proclamata il 25 giugno del 1975, giorno in cui nacque la Repubblica Popolare del Mozambico.
Un paese in guerra dal 1964 al 1992 non può che volere la pace. Due i fronti della guerra fratricida. Da una parte il Frelimo, che univa diversi movimenti popolari protagonisti della lotta di liberazione e che, raggiunta l’indipendenza del paese, optava per il socialismo. Dall’altra la Renamo, sorta qualche anno dopo l’indipendenza, che aveva l’appoggio di Sudafrica e Rhodesia, paesi nei quali vigeva il regime razzista dell’apartheid, e degli Stati Uniti che così facendo intendevano contrastare l’appoggio sovietico al Frelimo.
La storia si ripete: ancora oggi l’Africa è campo di battaglia di guerre decise altrove. Perciò è obbligo non dimenticare e fare memoria.
Alcune impronte non sono la strada, ma almeno segnano la direzione.






