LE DONNE NIGERIANE
L’immagine dell’immigrazione femminile dall’Africa sub-sahariana è rappresentata per lo più dalla componente nigeriana: sia per il numero (circa 20mila, di cui almeno 12mila donne e un migliaio di minorenni), sia per la problematicità sociale che la caratterizza. Tale flusso inizia nel 2013/14 e prosegue all’incirca fino alla fine del 2017, con arrivi più ridotti fino ad oggi. La loro provenienza è individuabile, da una parte negli Stati meridionali (del Delta, di Bayelsa, di Akwa Ibon e di Cross River, nonché principalmente da Edo), dall’altra negli Stati Nord orientali (di Borno e di Yobe).
I GRUPPI MIGRATORI
Nel primo gruppo la causa principale è l’inasprimento delle condizioni socio-economiche determinate da conflitti politico-sociali e dall’inquinamento di ampie aree determinato dall’estrazione insicura del petrolio. Nel secondo gruppo invece sono gli effetti diretti della guerra scatenata da Boko Haram (organizzazione estremista islamica alleata con Daesh), che ha determinato la spinta di ampie fasce di profughi soprattutto verso Kano e Kaduna (a Ovest) e verso Plateau, Abuja e lo stesso Edo (a Sud). I flussi per arrivare in Italia sono diversi: il primo privilegia l’asse Benin City-Lagos per poi proseguire per le capitali del Benin, del Togo, del Ghana e risalire per il Mali o per il Senegal con l’obiettivo di raggiungere il Marocco (e le sue città capoluogo principali), per arrivare a Ceuta/Melilla (città spagnole) oppure a Tangeri, per poi passare in Spagna e seguire per Nizza/Lione e poi Torino o Genova (e dunque Milano, Padova/Mestre/Venezia). Il secondo poggia sull’asse Benin City-Abuja in direzione di Kano – oppure inizia nella stessa Kano – e poi Agadez per inoltrarsi verso Sebha (capitale del Fezzan libico) e dunque verso Tripoli. Il terzo, molto più lungo, s’inoltra da Benin City-Kano fino ad Agadez per poi restare lungo le piste desertiche orizzontalmente per raggiungere Khartum e ritornare verso Tripoli lungo la direttrice Est-Nord ovest o risalire per il Cairo e Istanbul ed entrare in Europa da Oriente (dalla Germania e Austria in particolare). È noto che le organizzazioni che gestiscono il reclutamento (basato su false promesse di lavoro), il viaggio/trasferimento, soggiorno in Libia o in Marocco e dunque l’attraversamento della frontiera per giungere in Italia (o insediarsi in altri paesi europei) e successivamente il supporto all’insediamento iniziale è opera di strutture criminali senza scrupoli. E dunque una parte di queste donne (adulte e minori) – e anche uomini – resta intrappolata e costretta a svolgere attività lavorative sotto la pressione dei medesimi gruppi criminali, affrancarsi dai quali sovente non è indolore per i/le dirette interessate.
STRUTTURE CRIMINALI A “STELLA COMETA”
Le strutture criminali che gestiscono l’intero ciclo migratorio – al cui interno è compresente un micro-flusso di donne trafficate destinate allo sfruttamento sessuale – hanno una doppia configurazione: orizzontale, trattandosi di piccoli gruppi che agiscono autonomamente, ma con propensione ad allearsi con altre strutture similari in caso di necessità, ovvero quando devono gestire affari illeciti di maggior complessità; e verticale, espressione di organizzazioni più strutturate e articolate al proprio interno, con una spiccata gerarchizzazione dei ruoli e delle funzioni a partire da quelle apicali fino a quelle di base. La forma che sovente assumono queste organizzazioni è stata definita a “stella cometa”, poiché si tratta di un intreccio di strutture portanti (cioè apicali, con una maggior compattezza o “luminosità”) che aggregano attorno a sé una molteplicità di altre strutture di minore spessore criminale (con una luminosità intermedia e decrescente) e strutture ancora più piccole collocate in coda ma sulla stessa scia (con una luminosità pulviscolare).
UN MODUS OPERANDI DIFFERENZIATO
Il modo di operare della prima struttura – direttiva e strategica – è comparabile a quello mafioso, mentre la seconda alla criminalità organizzata e la terza alle bande delinquenziali informali che vengono aggregate a supporto di particolari azioni illegali, per poi disarticolarsi ad azione compiuta (quest’area è anche quella dove vengono reclutati i singoli delinquenti per essere cooptati nelle strutture intermedie). Queste strutture, con peso e tempi diversi, sia alleandosi sia confliggendo, concorrono a gestire i flussi di migranti, subendo anche trasformazioni profonde per poter interloquire con le milizie libiche che negli ultimi anni controllano le frontiere del Fezzan (il Sud desertico che confina con il Niger), le c.d. connection house(campi di raccolta dei migranti) e dunque le rotte stradali verso Tripoli dove avviene l’imbarco per Lampedusa (e quindi l’arrivo nel territorio italiano).
La trasformazione maggiore nelle strutture criminali nigeriane, almeno nella gestione dei flussi che arrivano in Libia e nei segmenti del medesimo flusso concernente le donne destinate allo sfruttamento sessuale, è quella della diversificazione delle figure che gestiscono i trasferimenti all’interno del territorio libico. La figura portante, sino a qualche anno fa (ossia prima del conflitto libico e la frammentazione dei poteri locali), è stata la maman(una donna potente, in posizioni apicale). Nel corso del conflitto a questa figura se ne è affiancata un’altra di genere maschile, denominata boga (del tutto assente o non rilevante in precedenza).
SOFFERENZE STIGMATIZZATE NEGATIVAMENTE
Le sofferenze non hanno nessun valore, nessuna comprensione. In particolare, per le donne nigeriane, l’appellativo di prostituta è comune, come se essere costrette a prostituirsi da gruppi criminali fosse un’ulteriore colpa. Sono tra l’altro una piccola parte rispetto al numero complessivo di donne africane residenti in Italia, che potrebbe essere agevolmente assistita dalla rete di servizi sociali operativa su tutto il territorio nazionale, poiché costretta a prostituirsi. Si tratta di vittime di sfruttamento sessuale. Giudicando erroneamente questo piccolo gruppo, composto in modo preponderante da donne nigeriane e in misura minore da ghanesi, si giudicano altrettanto erroneamente tutte le donne africane.
Un’altrettanta distorsione d’immagine avviene nella valutazione delle strutture criminali nigeriane. Sono state – e vengono costantemente – enfatizzate, fino a farle diventare superiori alle mafie nostrane. È indubbio che siamo davanti ad un fenomeno criminale in fieri, e ciò non vuol dire sottovalutarne la pericolosità. Anzi. Sono organizzazioni che da circa un decennio (a riprova della loro pericolosità) vengono monitorate, decifrate e contrastate, per arrestarne l’evoluzione. Questo compito di particolare importanza è svolto dalla Direzione nazionale antimafia (che ogni anno riporta dati che la riguardano da vicino in base alle conoscenze che provengono contrastandole correntemente).
IL DOVERE DI CAPIRE
Perché non capire cosa sta accadendo in Africa, e in particolare in Nigeria? Insieme ad altri paesi africani, la Nigeria è ricca di materie prime letteralmente accaparrate da multinazionali tra cui l’Eni, accusata di corruzione per una commessa relativa all’estrazione di petrolio nel delta del Niger, ovvero nell’area di provenienza di una parte consistente dei flussi migratori. Perché non provare a cooperare pariteticamente, rovesciando l’approccio sino ad ora perseguito e intavolare una cooperazione degna di questo nome? Perché non capire che stigmatizzando indistintamente le donne africane in senso dispregiativo significa infangare anche la loro capacità di attivare processi di cooperazione dal basso? Perché non capire che solo così si possono aiutare le donne africane a casa loro, e pertanto a trattenere così altri giovani familiari nel proprio paese riducendo la corrispettiva propensione migratoria?
L’ARRIVO IN ITALIA
Una volta in Italia, rientra in gioco la maman, ma anche il boga della stessa organizzazione in quanto potrà occuparsi di proteggere l’operato delle maman a cui fanno comunque riferimento in posizione paritetica o asimmetrica che può configurarsi a suo vantaggio o a vantaggio della maman. La posizione paritetica determina una struttura organizzata con un duplice potere, con una divisione dei compiti: la maman gestisce le pratiche di sfruttamento delle donne costrette alla prostituzione, il boga alla sua protezione e ad altre attività illegali (anche in qualità di referente o membro di gruppi mafiosi, ovvero di confraternite dedite ai c.d. Secret cults).
La posizione asimmetrica determina due forme organizzative: da una parte, quella che discende gerarchicamente dalle maman, dall’altra quella che discende gerarchicamente dal boga, trattandosi di due distinte e indipendenti strutture.
L’arrivo in Italia, seguendo questi itinerari e queste immani difficoltà, è costellato di violenze indicibili che si moltiplicano durante la permanenza nel territorio libico, e che continua per la persistente situazione belligerante. Le condizioni vissute da questi cittadini africani, e in primis nigeriani, sono considerate da una parte dell’opinione pubblica, orientata per lo più da partiti xenofobi e razzisti, in maniera superficiale e riduttivistica. E nondimeno attribuendo agli stessi africani la responsabilità di quanto gli è accaduto durante il percorso migratorio. Tale critica implica di fatto una condanna: perché siete partite/i? Perché non siete rimaste/i al vostro paese?







