Skip to main content

ISTITUZIONI CONTRO / QUESTIONE APERTA

Condividi su

Correva l’anno 2008 e nella seconda città della Lombardia una giunta dal prevedibile colore politico ebbe la fantasiosa idea di istituire un sostanzioso “bonus bebè” (1.000 euro per ogni nuovo nato nell’anno) per le sole famiglie di cittadini italiani. La motivazione, messa nero su bianco nella delibera istitutiva, era che solo i titolari dello status civitatis hanno bisogno di incentivi per far risalire il tasso di natalità sul territorio nazionale (il più basso d’Europa); gli altri – era il tacito presupposto – non ne hanno bisogno, perché propensi a prolificare indipendentemente dalla loro condizione economica e meno attenti a prendersi davvero cura delle loro creature. 

IL CASO BRESCIANO DEL “BONUS BEBÈ”

Il Tribunale di Brescia non ci mise molto ad alzare il cartellino rosso: non si può fare, tantomeno con una motivazione di stampo razzista riportata nella delibera. Ma la cosa non fini lì. L’amministrazione, offesa dalla decisione che ordinava di riconoscere il bonus anche agli stranieri, decise di revocare il provvedimento per tutti con l’ancor più sorprendente motivazione che, avendo il giudice impedito all’amministrazione di perseguire le finalità politiche che ne avevano determinato l’elezione (quella cioè di salvaguardare “prima gli italiani”, o meglio, in quel caso, “solo gli italiani”) il provvedimento non aveva più senso: politica contro diritto; il (presunto) consenso della maggioranza locale contro la parola del Tribunale. Nuovo ricorso al giudice e nuova condanna dell’amministrazione “per ritorsione”, con conseguente ordine di riconoscere il provvedimento a tutti, indipendentemente dalla nazionalità. La vicenda finì in Cassazione, sempre con esito negativo per il Comune. Nel frattempo il “consenso” volse altrove, ci furono le elezioni, la Giunta cambiò colore e fu ben lieta di dare esecuzione alla decisione del giudice. Un giovane pakistano fu il primo a ricevere il bonus; finì sorridente in prima pagina sulla stampa locale, alla quale dichiarò: “Mi hanno restituito la dignità; perché la dignità è prima di tutto uguaglianza”. 

DUE MOTIVI PER RICORDARE IL CASO DI BRESCIA

Il primo motivo riguarda il rapporto tra poteri pubblici locali, consenso e diritto. La domanda, cioè, è cosa serva il diritto quando, in una realtà locale, sembra essere in contrasto con il consenso. È vero che alcune norme hanno proprio la funzione di bilanciare e correggere lo “strapotere della maggioranza” nei sistemi democratici, cioè di proteggere i gruppi sociali deboli, minoritari, che non raccolgono consenso, come appunto è, spesso, il gruppo costituito dai migranti: le norme contenute nel diritto europeo e nella nostra Costituzione sul divieto di discriminazione delle minoranze costituiscono un esempio chiaro della funzione “antimaggioritaria” di alcune norme giuridiche. Può dunque accadere che la norma (e il giudice che la applica) appaiano in contrasto con il “consenso sociale” che si è creato a livello locale attorno a parole d’ordine di divisione ed esclusione.

Tuttavia è vero che si tratta, in questi casi, proprio delle norme che attengono ai fondamenti stessi del nostro stare insieme come comunità nazionale o addirittura globale: così la nostra Corte Costituzionale ha più volte riconosciuto che oltre all’ambito dei “cittadini” in senso giuridico, esiste l’ambito di coloro che condividendo le sorti della comunità nella quale vivono, partecipano pienamente del patto sociale mediante il quale “ricevono diritti e restituiscono doveri”: l’esclusione di costoro dall’uno o dall’altro diritto sociale, trovi o meno consenso nella comunità locale, non è ammissibile.

In questi casi il diritto dunque è certo sanzione, parola autorevole di condanna dell’amministrazione legittimamente eletta. Tuttavia è anche affermazione di valori riconosciuti nelle fonti normative più basilari. La “sentenza” che quei valori sancisce può quindi essere, non lo strumento per dividere vincitori e vinti nella contesa giudiziaria, ma il sigillo di un nuovo patto sociale che riconosca e applichi quei valori fondanti, divenendo così non tanto una pietra angolare, ma un mattone mediante il quale ricostruire su nuove basi il consenso di una comunità locale.

IL “LOCALISMO CATTIVO” NON È TRAMONTATO

Il secondo motivo è verificare cosa è successo da allora. Nell’immediatezza di quegli eventi, nonostante le sonore batoste subite dall’amministrazione bresciana, molti Comuni del Nord Italia ne hanno seguito baldanzosi le orme dando vita a provvedimenti tristemente fantasiosi: rimborsi delle spese dentistiche riservate ai bambini italiani; borse di studio “al merito” riservate ai soli studenti italiani; alloggi per studenti riservati – con curiosa contraddizione – ai “fuori sede” purché italiani: tutti provvedimenti cassati dai giudici. 

Poi la tempesta si è in parte placata e da tempo non si rinvengono provvedimenti cosi clamorosamente discriminatori. Che è successo? È definitivamente tramontata la faccia cattiva del localismo? Il localismo ha anche una faccia buona, quella della valorizzazione dei legami, di storie e tradizioni locali; quella del “piccolo è bello” contrapposto allo smarrirsi dentro la dimensione globale: ciò che tuttavia non si spiega è perché così tante persone pensino che questo debba avvenire escludendo dai benefici pubblici coloro che si spostano da un luogo ad un altro, contrapponendo autoctoni e alloctoni, anziché offrendo a questi ultimi la possibilità di entrare a far parte della medesima comunità locale, confrontandosi con la sua cultura e le sue tradizioni. Fatto sta che il “localismo cattivo” è tutt’altro che tramontato e ha solo scelto strade meno sfacciate rispetto a quella bresciana e talvolta molto “tecniche”. 

QUESTIONE APERTA

La questione tuttavia rimane aperta, perché l’idea di richiedere “documenti aggiuntivi” ai soli stranieri ha fatto strada, ammantata dalle presunte esigenze di correttezza fiscale, dimenticando che anche per l’italiano, il controllo su eventuali redditi e proprietà all’estero passa necessariamente dalla cooperazione con le autorità del paese straniero. Così le clausole “modello Lodi” hanno trovato spazio in quasi tutti i regolamenti regionali e comunali per l’accesso all’edilizia popolare, con conseguente esclusione di tutti gli stranieri che non riuscissero a procurarsi i documenti. Difficile dunque affermare che il “localismo cattivo” sia sparito. Se non che in questa situazione ha fatto irruzione l’emergenza Covid-19 e con essa la previsione di prestazioni economiche che l’ordinanza della Protezione civile 658 del 30 marzo 2020 (che ha stanziato i primi 400 milioni da distribuire alle famiglie) ha qualificato espressamente di “solidarietà alimentare”: un’espressione anomala nell’ordinamento italiano, che richiama drammaticamente urgenze da dopoguerra.

Il compito della distribuzione era affidato ai Comuni e dunque poteva ragionevolmente attendersi che molte amministrazioni rispolverassero la parola d’ordine “prima i nostri”. Nulla di tutto ciò è accaduto: solo tre Comuni su 7800 (per non far nomi, Ferrara e L’Aquila, oltre a un piccolo comune della bergamasca) hanno cercato di limitare la distribuzione in favore degli stranieri. 

Due eventi che disegnano l’ipotesi di welfare locale (e non solo) più inclusivo, diverso da quello sin qui sperimentato. Certo, la strada è in salita e l’elenco degli ostacoli da superare è lungo: basti pensare alle forti resistenze ideologiche che permangono; a come la presenza di una vasta area di economia sommersa renda difficile l’accertamento dell’effettiva condizione di bisogno; alla cronica incapacità di pensare un welfare basato sui servizi (molto più idoneo per un’efficace lotta alla povertà) anziché sulle erogazioni monetarie. Ciò nonostante, non è da escludere che la stagione dell’emergenza ci stia lasciando in eredità la definitiva chiusura di quella inaugurata nel 2008 dai “bonus bebè nazionalisti” del Comune di Brescia. E sarebbe un’eredità preziosa.

IL CASO DI LODI

Il caso più clamoroso è quello di Lodi, assurto agli onori della stampa nazionale e internazionale: la giunta, rispolverando una norma del 2000, aveva preteso dai genitori stranieri, al fine dell’accesso ai servizi scolastici a tariffa ridotta, analitica documentazione del paese di origine (spesso impossibile da procurare) per comprovare la loro condizione economica, escludendo nel frattempo i bambini: ne sono nati servizi televisivi che ritraevano bambini dalla pelle colorata incolonnati a piedi verso la scuola o relegati in un locale a parte a mangiare i panini portati da casa, mentre “gli italiani” venivano prelevati dallo scuolabus o serviti in mensa con maccheroni e bistecca.  

Ma ne è nata anche un’incredibile catena di solidarietà che in breve tempo ha portato a una raccolta fondi di inimmaginabili dimensioni, per sostenere le famiglie escluse. Parallelamente, proprio attuando quella duplicità di piani di intervento di cui si diceva, è stata avviata un’azione giudiziaria che ha ristabilito l’uguaglianza, garantendo che italiani e stranieri diano prova della loro condizione di bisogno con le medesime modalità (l’attestazione Isee, sulla quale entrambi devono riportare anche redditi e patrimoni all’estero, assoggettandosi ai relativi controlli). Il Comune si è adeguato alla decisione e i bambini sono tornati insieme nella stessa mensa e sullo stesso scuolabus.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito