I LAVORATORI AGRICOLI DI ORIGINE STRANIERA
Da almeno un decennio nel settore agricolo si assiste a un cambiamento generazionale, dovuto in gran parte all’uscita dal lavoro di addetti di origine italiana, soprattutto per raggiunta età pensionabile, e all’ingresso di addetti di origine straniera. Questi ultimi sono cresciuti al punto che attualmente (dicembre 2019) hanno raggiunto circa 400mila unità, su circa 1 milione di addetti complessivi (secondo i dati Inps). Questo numero complessivo è pressoché invariato da almeno un decennio: erano per la precisione 1.037.000 nel 2008 e sono 1.060.000 nel 2018. Ciò che si modifica al proprio interno – sia in termini quantitativi sia qualitativi – è la percentuale di origine straniera: ammontavano al 32 per cento (all’incirca) nel 2008, arrivano a toccare il 40 per cento nel 2018.
LA COMPONENTE PIÙ VULNERABILE
In alcuni distretti agro-alimentari, come quello di Verona o Rovigo, ma anche di Livorno (la Val di Cornia) o nell’Agro Pontino, e anche nella Piana di Catania, le percentuali crescono, oscillando fino a raggiungere quasi il 50 per cento degli addetti. L’insieme dei lavoratori stranieri è occupato stagionalmente, con contratti a tempo determinato, non sempre coerenti con le normative a livello nazionale (e nelle corrispettive articolazioni provinciali). A questi 400mila stranieri (registrati all’Inps) occorre aggiungerne altri 100mila, ovvero il 24 per cento, di manodopera celata (dunque non osservata) stimata dall’Istat nel 2019.
A quanto ammonta la componete più vulnerabile, esposta a varie forme di sfruttamento? A questa domanda hanno dato risposta sia l’Osservatorio Placido Rizzotto (della Flai Cgil nazionale) sia il Ministero del lavoro. La stima proposta dall’Osservatorio nel 2017 si attestava a 140mila unità, mentre quella del Ministero (nel 2019) l’innalzava a 160mila (cfr. Piano triennale contro il caporalato, 2020). Le due grandezze sono tutto sommato compatibili, poiché attestano la componente vulnerabile tra i 140mila/160mila braccianti.
LA DISTRIBUZIONE TERRITORIALE
L’insieme dei braccianti registrati ufficialmente è distribuito in maniera differente nelle diverse macro ripartizioni geografiche nazionali. La preponderanza numerica maggiore si riscontra nelle regioni meridionali per (le note) ragioni storiche. Infatti, in queste regioni (comprese le isole) gli addetti in agricoltura (italiani e stranieri) arrivano a toccare quasi le 600mila unità (con una presenza maggioritaria in Sicilia e Puglia). Quasi la metà (335mila) sono invece dislocati nelle regioni settentrionali: un terzo nella parte occidentale (102mila) e due terzi (230mila) in quella orientale (in primo luogo nel Veneto). Infine, i restanti 130mila sono occupati in quelle centrali (per lo più in Toscana e nel Lazio).
Da questi dati (ufficiali) si riscontra che nel Meridione è occupato un numero doppio di lavoratori stagionali in raffronto con quelli del Settentrione, mentre, rispetto al Centro, sono almeno quattro volte e mezzo più numerosi. Questa diversa configurazione quantitativa spiega anche, in parte, la maggior problematicità che caratterizza questi lavoratori nelle aree/località del nostro Mezzogiorno, giacché il settore agro-alimentare è quello predominante su tutti gli altri settori produttivi. Tale preminenza è ancora più significativa se si considera che le temperature miti che si protraggono nell’arco dell’intera annualità determina naturalmente un ciclo produttivo piuttosto lungo, scandito dalla raccolta di prodotti della terra che avviene quasi ininterrottamente da marzo a ottobre.
Attualmente nel Meridione (come in alcune rinomate aree agro-alimentari delle regioni settentrionali, ad esempio nella bassa bergamasca/bassa veronese e bresciana, nonché nel Polesine) sono diffuse anche le produzioni in serra che permettono di produrre a ciclo quasi continuo per tutto l’anno solare, e dunque con una richiesta sostenuta di manodopera. Il ciclo continuo caratterizza anche il settore zootecnico, cioè l’allevamento di animali per macellazione. I lavoratori stranieri in tale settore sono a tempo pieno, non solo di giorno, ma anche di notte (devono cioè essere reperibili, anche perché sovente alloggiano presso i datori di lavoro). Questa forma di rapporto di lavoro è altrettanto sovente asimmetrica, nel senso che il tempo di lavoro non è quasi mai remunerato adeguatamente.
TRE CATEGORIE DI CAPORALI
Le categorie dei caporali sono tre, suddistinguibili in base al grado di condivisione e co-decisionalità con le rispettive squadre di braccianti. Queste diverse forme – gestite da altrettanti diversi caporali a cui fanno da contraltare le diverse figure imprenditoriali che li ingaggiano – determinano reciprocamente tensioni e conflitti diversamente intrecciati all’interno dei distretti agro-alimentari, dove vengono occupati stagionalmente. A prescindere se sono al Sud, al Centro o al Nord, poiché queste dinamiche sono riscontrabili in tutte le ripartizioni geografico-territoriali.
Una prima forma organizzata è quella delle squadre di lavoro che si aggregano intorno ad un caporale, il quale si configura come un “primo tra pari”, un capo-squadra. Il grado di decisionalità tra i membri della squadra è equilibrato, poiché questa figura non è invasiva. Il prodotto economico del lavoro, tolte le spese sostenute dal capo-squadra (ad esempio, per la disponibilità di un mezzo di trasporto o di altri beni di consumo, come acqua, cibo ecc.), viene dunque suddiviso in parti uguali.
La seconda configurazione è completamente sbilanciata sul carattere meramente decisionale del caporale. È quest’ultimo a decidere tutto, tant’è che i braccianti da esso coinvolti hanno l’obbligo di accettare qualsiasi decisione presa. Il regime gerarchico non accetta defezioni o contraddizioni, pena l’espulsione dei braccianti non allineati/allineabili. Sono nei fatti delle contro-squadre, in contrasto con le prime. Tendono a essere fortemente concorrenti alle squadre ‘’cooperanti’’, mediante l’abbassamento dei costi di produzione/raccolta dei prodotti. I medesimi caporali prelevano quanto più possibile dalle quote salariali spettanti ai membri delle loro squadre, non soltanto a livello di trasporto ma anche, in modo esorbitante, per ciò che riguarda altri beni di consumo (acqua, vestiario da lavoro ecc.).
La terza configurazione è del tutto particolare, in quanto è diretta e gestita da caporali al servizio di organizzazioni criminali. Il riferimento è agli imprenditori collusi con esse – pertanto il caporale rappresenta gli interessi diretti di entrambi – o agli imprenditori che subiscono la pressione intimidatrice mafiosa, dunque il caporale è un agente dell’organizzazione criminale che attiva e gestisce il processo predatorio. Nell’uno e nell’altro caso, i caporali sono alle dipendenze dell’organizzazione mafiosa che decide come trattare le maestranze bracciantili, i salari e le modalità complessive caratterizzanti i rapporti di lavoro.
BRACCIANTI SENZA CONTRATTO
Questo insieme vulnerabile è costituito anche da braccianti che hanno un contratto di lavoro formale, ma percepiscono una retribuzione bassa/molto bassa rispetto a quella prevista dal contratto sottoscritto al momento dell’assunzione, da braccianti che provengono dai Centri di accoglienza per richiedenti asilo o per altra motivazione e da braccianti che hanno un’alta mobilità territoriale (non solo intra provinciale/intra regionale, ma anche extra regionale e transnazionale). In altre parole all’interno di ciascun distretto agro-alimentare – indifferentemente ubicato in qualsiasi regione/provincia italiana – coesistono occupati ufficialmente contrattualizzati e occupati irregolari (quindi senza contratto, senza permesso di soggiorno e senza nessuna protezione sociale) con una capacità negoziale quasi nulla, e in condizioni di vulnerabilità sociale ed economica, nonché esistenziale. Una opportunità per affrontare la piaga del caporalato è stata offerta ad inizio di giugno con l’avvio della regolarizzazione prevista dalla Legge n. 34 del 19 maggio 2020.
IL CAPORALATO
Queste coltivazioni o allevamenti non potrebbero rendere, produttivamente parlando, anche in termini di valore aggiunto, né i volumi quantitativi né quelli qualitativi dei prodotti (spesso di eccellenza), senza l’apporto strutturale delle componenti straniere, anche se molto spesso discriminate e non considerate al pari delle maestranze italiane. Infatti, come oramai è noto, sono movimentati molto spesso da caporali e datori di lavoro a-morali che non disdegnano di sottoporre questi lavoratori a condizioni indecenti pur di raggiungere obiettivi di guadagno ragguardevoli. Tali discriminazioni sono strumentali, almeno per una parte dei datori di lavoro/imprenditori – a prescindere dall’ubicazione delle rispettive imprese nelle differenti ripartizioni geografiche – poiché mirano a determinare un’immagine sociale che inferiorizza questi braccianti, allo scopo di ridurre la loro capacità negoziale e di fatto costringendoli ad accettare condizioni salariali più basse di quelle previste ufficialmente a parità di lavoro.







