L’AMAZZONIA DOPO LA COP30 DI BELÉM
La COP30 di Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre 2025, ha riportato al centro dell’attenzione del mondo l’Amazzonia. Migliaia di leader, scienziati, rappresentanti di popoli originari e di Chiese si sono incontrati nel cuore del maggior bioma tropicale del pianeta per discutere del futuro del mondo. Ma, dopo i bei discorsi, gli impegni e le fotografie ufficiali, una domanda inquietante preoccupa soprattutto chi vive la missione cristiana in questa regione: è cambiato qualcosa e cosa resta da fare?
La COP30 ha confermato quanto i/le missionari/e, le leadership locali e le comunità fluviali già sapevano da anni: l’Amazzonia è un luogo sacro, dove la vita palpita in modo rigoglioso, ma fragile, assediato com’è dalla deforestazione, dagli incendi, dalle miniere illegali, da una violenza e un abbandono endemici. La Conferenza ha esposto progetti importanti per la protezione delle foreste, la valorizzazione dei popoli indigeni e l’incentivazione della bio-economia. Però, essi dipendono in gran parte dalla volontà politica, locale e globale, oltre che da un adeguato monitoraggio e da investimenti costanti. Per chi vive e lavora in Amazzonia, nulla di nuovo. La missione qui è sempre stata attenta a non ridursi all’evangelizzazione tradizionale. Essa è anche difendere la vita, in tutte le sue forme, accompagnare famiglie vulnerabili, rafforzare comunità minacciate di estinzione, proteggere minori e giovani dai rischi sociali e ambientali. Qui il/la missionario/a impara presto che l’annuncio del Vangelo significa anche cura dell’acqua, della foresta, del territorio, dei prodotti della terra e della dignità del popolo. La COP30, in questo senso, ci ha ricordato che senza ecologia integrale non c’è evangelizzazione. Ogni fiume inquinato, ogni albero abbattuto, ogni comunità espulsa dalla sua terra, è una ferita aperta nel corpo sociale e spirituale del Brasile. Se la foresta si ammala, anche le persone si ammalano; e se le persone soffrono, la missione è ancora più urgente. In ogni modo, non mancano segni di speranza. In molte aree, le comunità cristiane sono leader nella cura dell’ambiente, nell’educazione popolare, nell’agricoltura sostenibile e protezione dei territori ricchi di tradizioni. Inoltre, vari popoli indigeni stanno lavorando a progetti di gestione della foresta che fanno tesoro della sapienza ancestrale e della scienza attuale. E ancora, giovani delle parrocchie fluviali si sono proposti come difensori della casa comune, organizzando momenti di lavoro insieme, campagne e dibattiti sul cambiamento climatico. Allo stesso tempo, cresce tra i/le missionari/e e gli agenti pastorali la coscienza che l’Amazzonia non è solo “un luogo da aiutare”, ma un maestro spirituale da cui imparare, per esempio il valore del silenzio, della gratuità, dell’interdipendenza, della pazienza e della cura. Tutti valori evangelici. Sicché dopo la COP30, la missione continua più audace, unendo fede e azione, accompagnando chi soffre, denunciando le ingiustizie, promuovendo il dialogo tra popoli e culture diverse, testimoniando che il creato è dono di Dio, non risorsa da consumare e/o scartare. L’Amazzonia, con la sua bellezza sofferente, ci spinge ad essere Chiesa in uscita, capace di accogliere, proteggere e rigenerare. Se ogni comunità cristiana assume questa vocazione con coraggio e tenerezza, forse la COP30 non sarà ricordata solo come un evento politico, ma anche come l’occasione per molti della riscoperta dell’Amazzonia come terra di missione, di profezia e speranza. Speranza che nasce dalla fede e diventa cura della casa comune.







