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LE SALVATRICI DI MOSÈ / I PRIMI DUE CAPITOLI DELL’ESODO LETTI AL FEMMINILE

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La rubrica “Parola e Missione” passa di mano: da Maurizio Marcheselli, che per due anni ci ha accompagnato alla riscoperta missionaria del Vangelo secondo Giovanni, a Laura Gusella. Mentre ringraziamo Maurizio per la sua impareggiabile competenza “giovannea”, accogliamo con gioia la prima biblista donna della rubrica, che ci aiuterà a rileggere l’Esodo, in ebraico “Nomi”, per il suo inizio: “Questi sono i nomi dei figli d’Israele”. La missione di ogni protagonista dell’Esodo è, infatti, rivelare o ricevere il proprio nome all’interno della relazione reciproca: Dio, Mosè, Israele. Significativamente però un personaggio rimane senza nome proprio: il faraone, re d’Egitto, perché indica una carica, non un’identità soggettiva. È un invito a entrare subito nella logica di Dio, per cui il bene, anche se piccolo, è degno di essere nominato, mentre il male, anche se grande, è destinato a non rimanere, perché privo di vera identità.

LO SGUARDO DIVINO SULLA STORIA

L’Esodo ci chiede di assumerci la missione di comprendere e testimoniare lo sguardo di Dio sulla storia. Mosè è al centro della vicenda, il liberatore, il figlio della promessa non solo per la sua famiglia ma per l’intero popolo. Ma la sua vita è subito in pericolo e non potrebbe fare nulla se non ci fossero alcune donne a salvarlo: dodici donne che fanno da pendant ai dodici figli di Giacobbe scesi in Egitto (Es 1,1): le due levatrici, la madre e la sorella di Mosè, la figlia del faraone e le sette figlie di Ietro.

“Accade di rado che una figlia compaia come soggetto di una storia. [...] Tuttavia, nei capitoli di apertura dell’Esodo le figlie femmine occupano una posizione speciale; un fatto da sottolineare, un’eccezione straordinaria in merito alla posizione di guida attribuita ai maschi e di relegamento nell’ombra conferita alle femmine” (J. Siebert-Hommes, “Le salvatrici del liberatore di Israele. Dodici figlie in Esodo 1-2”, in I. Fischer - M. Navarro Puerto (edd.), La Torah, Il Pozzo di Giacobbe 2009, p. 280).

LE PRIME OBBIETTRICI DI COSCIENZA DELLA BIBBIA

La vicenda inizia con l’ordine del re alle levatrici: “Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere” (Es 1,16). Le due levatrici, Sifra “Bellezza” e Pua “Splendore” (etimologia quest’ultima più incerta), compiono la missione iscritta nel loro nome: manifestano la bellezza e lo splendore che sgorga da ogni vita che nasce! Mentre il faraone distingue il genere dei neonati, per loro ci sono solo bambini da far nascere. Il faraone, personificazione del sistema patriarcale, usa le donne per consolidare il suo potere e subdolamente non ordina ai soldati di uccidere i bambini ebrei, ma alle levatrici. Sifra e Pua però resistono: c’è un altro Signore, quello che loro temono (Es 1,17.21) che custodisce la vita. Viene da chiedersi se siano ebree o egiziane, ma il testo lascia aperte le due possibilità. Il loro nome è ebraico. Ma è interessante ricordare anche il mito egiziano delle dee Iside e Nefti, levatrici, inviate dal dio Ra per aiutare a far nascere i bambini. Il racconto intreccia elementi ebraici ed egiziani, favorendo una mescolanza tra i due popoli e le loro culture – come avverrà anche in seguito –, piuttosto che contrapporli.

LA MISSIONE DI GARANTIRE LA VITA

Quando il faraone chiede spiegazione della loro disobbedienza, le levatrici definiscono le donne ebree con un aggettivo usato solo qui nella Bibbia (Es 1,19) e tradotto normalmente con “vigorose, piene di vitalità”. Parola che, connessa al verbo ebraico “vivere”, fa riferimento al nome di Eva, madre di tutti i viventi (Gen 3,20). C’è come un gioco di parole: le donne ebree sono come Eva, madri di tutti i viventi, produttrici di vita. Del resto il concetto di vita è forte in Es 1: il popolo aumenta di numero, nonostante gli sforzi del faraone di impedirlo, mentre le levatrici, con le madri, si assumono la missione di garantire la vita.

La storia si concentra poi sulla famiglia di Mosè: “Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una discendente di Levi” (Es 2,1). La madre è indicata con il generico “figlia di Levi” (Es 2,1). Non si dice il suo nome, né quello del padre (li si trova in Es 6,20). Ma in Es 2,1 per due volte si cita il nome di Levi, quasi per compensare l’identità egiziana futura del bambino. Dai membri della tribù di Levi discenderanno i sacerdoti, deputati a far conoscere e rispettare la Legge di Dio: il legislatore di Israele non poteva nascere in un’altra famiglia! È curioso però che non si parli di moglie ma di “figlia di Levi”: la donna fa da contraltare alla figlia del faraone. Inoltre, finora si è parlato di uccidere i figli maschi e di lasciare in vita le figlie femmine: l’accento è sulla figliolanza e soprattutto sulle figlie femmine che, ritenute meno pericolose dal faraone, in realtà sono le più sovversive. Così la figlia di Levi fa scendere il bambino nelle acque e lo mette in una cesta-arca (lo stesso termine usato per quella di Noè). Sulle tracce di questa piccola arca si mette la sorella di Mosè, qui anonima, che segue il fratellino lungo le sponde del Nilo e “sta salda a vedere” cosa gli accadrà. Questa espressione si collega a Es 14,13 dove Mosè sulle rive del mar Rosso invita il popolo a “stare saldo per vedere la salvezza di Dio”. Inizia qui, tra i giunchi del Nilo, la storia della salvezza che troverà un altro momento decisivo nell’attraversamento del mare dei Giunchi (il mar Rosso) dove il popolo intero sarà salvato (Es 14). E se questa sorella, come vuole la tradizione, è la stessa Maria, allora sarebbe testimone di questa storia dal principio. La sua presenza fa da cornice alle due acque di morte e la porterà a intonare il canto di lode a Dio che trionfa sulle forze del mare-male (Es 15,20-21).

LA FIGLIA DEL FARAONE

Intanto compare un’altra figlia, quella del faraone, che interviene nel momento più critico, quando l’eroe è in pericolo di vita. E fa quello che non ci aspetteremmo, perché è nemica e figlia del sovrano che ha emesso ordine di morte verso chi lei salva! «Ella vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. L’aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “È un bambino degli ebrei”» (Es 2,5-6). Stupenda progressione: vede anzitutto un bambino, poi un bambino che piange; solo dopo si accorge che è ebreo! Quello che le sta davanti è un neonato bisognoso e le sue viscere di donna si lasciano raggiungere da questo, prima che dalla sua appartenenza etnica. Mentre sta pensando cosa fare, interviene la sorella del bimbo che la spinge nella giusta direzione: le offre di andare a chiamare una donna che allatti “per lei” il bambino. Così la giovane ebrea parla alla figlia del faraone come se il bambino ritrovato fosse già suo figlio e l’egiziana accetta di entrare nel ruolo di madre. Sarà lei a imporgli un nome, Mosè, motivandolo non con una caratteristica del neonato ma con la sua azione: “io l’ho tirato fuori dall’acqua” (Es 2,10), in contrasto con le parole del padre: “gettatelo nel fiume” (Es 1,22). 

LE SETTE FIGLIE DI IETRO

Mosè cresce così alla corte del faraone, ma consapevole della sua origine ebrea. Per Mosè vivere questa doppia appartenenza non è semplice: proverà a mettersi al fianco dei suoi fratelli, a salvarli ma con la violenza e questo si ritorcerà su di lui. Saranno altre donne, le sette figlie del sacerdote Ietro, a insegnargli, in terra straniera, Madian, come diventare un pastore mite, prima di greggi, poi, dopo l’incontro con YHWH, di un popolo. Mosè le incontra a un pozzo, luogo simbolico e fecondo di legami matrimoniali nella Scrittura. E lì inizia a comprendere e sperimentare che per salvare non è necessario uccidere e che si può liberare anche senza togliere la vita agli aggressori, come coi pastori prepotenti che impediscono alle figlie di Ietro di abbeverare le greggi. Accolto da questo straniero, Mosè vivrà a Madian per lungo tempo e sposerà una delle sue figlie Sipporà, un altro elemento scandaloso per l’eroe d’Israele: i madianiti sono ritenuti nemici da uccidere e le loro donne seduttrici che spingono Israele all’idolatria, al tradimento di Dio (Nm 25,6-17).

COLLABORATRICI DEL DIO DELLA VITA

Ma le pagine iniziali dell’Esodo ci propongono un’altra storia. La missione di custodire la vita non viene assunta dai potenti, come il faraone, né da chi usa la forza, anche a fin di bene, come Mosè giovane principe egiziano. Sono le donne, che non si preoccupano di differenze di genere o di confini etnici, a farsi collaboratrici del Dio della vita, loro tacitate dai potenti e dalla storia, ma tenaci, compassionevoli e astute, portatrici di futuro.



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