Ripensare il “progetto storico” della teologia della liberazione
Mauro Castagnaro, redattore di MO, ci invia questa lettera dal “Forum mondiale di teologia e liberazione”, realizzatosi a Dakar in concomitanza col “Forum sociale mondiale” Ripensare il “progetto storico” della teologia della liberazione
- MAURO CASTAGNARO, Dakar, 11 febbraio 2011.
Come nelle ultime quattro edizioni, in concomitanza col Forum sociale mondiale (Fsm) – tenutosi quest’anno dal 6 all’11 febbraio a Dakar, in Senegal, con la partecipazione di 100mila persone e un grande protagonismo africano – si è svolto il Forum mondiale di teologia e liberazione (Fmtl), che questa volta si è caratterizzato per uno sforzo di maggiore integrazione col Fsm, un più ampio spazio riservato alla discussione e la scelta di affrontare non un singolo tema (come nel 2009 a Belém, in Amazzonia, scenario naturale per parlare di “Acqua, terra e teologia per un altro mondo possibile”), ma le molteplici sfide rivolte alla teologia contemporanea dai differenti contesti locali e soggetti sociali.
Così il Fmtl si è aperto con una giornata dedicata a fare il punto sulla teologia della liberazione nei cinque continenti e ad approfondire il modo in cui le varie tradizioni religiose, non solo cristiane, si preoccupano dei beni comuni universali, ed è proseguito con l’emozionante visita all’isola di Gorée, dal 1550 al 1848 principale porto di imbarco degli schiavi africani (da 12 a 15 milioni) destinati all’America, e poi con una decina di seminari organizzati dal Fmtl nel Fsm sul dialogo cristiano-islamico in una prospettiva di liberazione, sull’eredità religiosa africana in vista di una teologia afro-americana della liberazione, sulle comunità ecclesiali di base, sul contributo della saggezza dei popoli indigeni a un’etica mondiale, sul rapporto tra religioni e pace, sul futuro delle Chiese a 50 anni dal Concilio Vaticano II, ecc.
Gli ultimi due giorni sono stati dedicati ai lavori di gruppo per elaborare una “agenda di lavoro teologico” per il prossimo biennio. Ne è emersa la necessità di ripensare il “progetto storico” della teologia della liberazione, confermandone l’ancoraggio alla “difesa della vita minacciata” (dei poveri, dei popoli, dell’ecosistema, ecc.), ma incorporando nuovi concetti (il corpo e la sessualità, i beni comuni, la trasformazione nonviolenta dei conflitti, la decolonizzazione dell’immaginario, le migrazioni, ecc.), nuovi strumenti di analisi della realtà (la psicologia sociale, le neuroscienze, ma anche gli approcci delle culture non occidentali che si muovono fuori dal paradigma logico-razionale) e nuovi soggetti sociali (come le minoranze sessuali, e religiosi, come i movimenti pentecostali e le religioni tradizionali, grandi e piccole), e assumendo nella riflessione i paradigmi ecologico, di genere e del pluralismo religioso.
Dalla sentita esigenza di rafforzare i legami esistenti è venuta pure la proposta di creare una o più reti di teologi/ghe, comunità e attivisti di base, con la possibilità di costituire forum regionali. Nella discussione è riecheggiata inoltre la notizia del manifesto per la riforma della Chiesa cattolica lanciato alla vigilia del Fmtl da oltre 200 teologi di lingua tedesca.
La chiusura dell’incontro è avvenuta con una cerimonia religiosa ispirata alle culture originarie delle Americhe, così come l’inizio era stato affidato a un intenso momento di preghiera con elementi delle principali fedi del mondo.
Giuseppe Veniero, missionario saveriano, ci chiede come mai non abbiamo reagito alla “disinformazione” sul Ruanda di alcuni giornalisti di “Avvenire”. Lo abbiamo fatto a suo tempo, indirettamente, pubblicando un articolo a cura di “Congo Attualità”, in MO 10 (2010) 7-10. Di fronte alla recidività del quotidiano cattolico, lo faremo di nuovo, interpellando direttamente il Direttore.
Disinformazione sul Ruanda
- P. GIUSEPPE VENIERO SX, Ancona, 16 febbraio 2011.
Vi avevo scritto a proposito della disinformazione sul Ruanda di alcuni giornalisti di “Avvenire”. Non sarebbe stato il caso di reagire? Allego quello che avevo scritto al Direttore di “Avvenire”.
«Carissimo Direttore, sono un missionario che ha passato alcune decine di anni sui confini del Ruanda, nell’Est del Congo. Ho letto su “Avvenire” del 30 gennaio due articoli sul Ruanda alquanto sorprendenti, sui famosi “gacaca” (Tribunali popolari) e sulle infrastrutture di cui si dota il paese. Certo il Ruanda si presenta bene ai turisti di pochi giorni. Un giornalista, però, dovrebbe andare più lontano e a fondo.
Gli autori sanno di un rapporto Onu (Rapporto Mapping) sul Congo e sulle gravissime implicazioni del Ruanda in quel disastro umanitario e in quel saccheggio economico, dei milioni di morti congolesi e ruandesi di etnia hutu di cui è responsabile direttamente l’esercito ruandese (presente in Congo) con i suoi complici autoctoni? Gli autori sanno che il rapporto Onu parla di un eventuale secondo genocidio, sia in Ruanda sia in Congo? […]
Come mai gli autori conoscono una sola associazione (certamente di parte) di ruandesi in Italia?
Come mai non si sono accorti che il Ruanda è uno stato poliziesco per cui migliaia di cittadini ruandesi che sono nei villaggi del Congo (li ho visti di persona) han paura di rientrare, pur desiderandolo? […]. Non è la prima volta che su “Avvenire” si leggono articoli pacchianamente partigiani sulla situazione ruandese».






