LE SFIDE DELL’ANNUNCIO IN ASIA ORIENTALE
Il leitmotiv di questo breve saggio di Gianni Criveller, Quanti volti ha Dio?, è condensato nell’ultima frase: “La gioia del missionario è riconoscere il volto di Dio in chiunque, come Gesù, viva la vita come un dono” (p. 94). È la chiave di lettura del libro e della stessa esperienza dell’A., missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), che ha vissuto a lungo in Cina, e attualmente dirige il Centro PIME di Milano, la rivista Mondo e Missione e l’agenzia Asianews, dopo essere stato preside dell’Istituto Teologico Missionario di Monza. “Nei lunghi anni in Asia – testimonia Criveller – ho imparato che non si può dire molto del Dio che nessuno ha mai visto, e forse sarebbe bene rinunciare a parlare frequentemente in suo nome” (p. 93). Come del resto conferma nel suo diario di viaggio, La mistica dell’aratro, anche un altro missionario in Asia orientale, p. Adelino Ascenso, citato a p. 94: “Possiamo immaginare e comunicare solo un Dio possibile nei terreni incolti dell’umanità”.
Per annunciare un Dio “possibile” oggi, 1700 anni dopo il Concilio di Nicea, che ci ha restituito l’immagine di Gesù, vero Dio e vero uomo, in una lingua e in un pensiero filosofico diversi dall’originario contesto culturale giudaico-cristiano, l’A. ci invita, come discepoli di Gesù, non a ripetere le parole di Nicea, “per quanto esse siano un patrimonio della fede della Chiesa, ma a impararne il metodo”, perché la storia di Gesù “sia comprensibile alle donne e agli uomini nei contesti così diversi e complessi della contemporaneità e della mondialità” (p. 10). Uno dei protagonisti di questa operazione di inculturazione del Vangelo è stato senz’altro il missionario gesuita Matteo Ricci (1552-1610), che ha introdotto il Vangelo in Cina attraverso la via dell’amicizia, dell’accomodamento e del confronto scientifico e culturale.
Purtroppo la promettente missione in Cina di Ricci, come descritta dall’A. nel primo capitolo (Il compito impossibile e necessario di tradurre il Vangelo: pp. 15-45), è stata sconvolta dalla “controversia dei riti cinesi”. La questione, che si trascinò per più di un secolo, riguardava la facoltà o meno per i cristiani cinesi di partecipare ai rituali ancestrali. Nel 1742, infatti, papa Benedetto XIV condannò i riti cinesi ponendo fine non solo alla controversia ma anche alla missione secondo il modello dell’accomodamento inaugurato da Ricci.Bisognerà attendere il 1939 perché la Santa Sede, sotto l’influenza del delegato apostolico a Pechino Celso Costantini (1876-1958), revochi il divieto dei riti. Ma ormai la Cina stava vivendo un’altra epoca sociale e politica, per cui “la mancata tempestiva applicazione dei principi di inculturazione e indigenizzazione” fece percepire il cristianesimo ancora come una “religione straniera” (p. 27).
Oggi, lo stile più appropriato, secondo l’A., per dire Gesù in Asia è quello indicato dal primo Congresso missionario del continente, dell’ottobre 2006, a Chiang Mai, Thailandia, che ha sottolineato il carattere narrativo dell’evangelizzazione: l’annuncio di Gesù è il racconto di una storia! È anche la proposta del teologo e vescovo indiano Thomas Menamparampil e del prefetto apostolico di Ulaanbaatar (Mongolia), card. Giorgio Marengo.
Di grande interesse per la “traduzione” della vita di Gesù in Cina è anche l’opera teologica e cristologica del gesuita bresciano Giulio Aleni, missionario in Cina dal 1613 al 1649, a cui Criveller dedica il secondo capitolo (Guido Aleni e i libri su Gesù: pp. 47-85). Aleni, la cui opera il celebre sinologo olandese Erik Zürcher (1928-2008) giudica più importante di quella dello stesso Ricci, considera la virtù soprannaturale della fede (cristianesimo) e la virtù naturale della pietà filiale (confucianesimo) due facce della stessa medaglia.
Sicché, umanesimo confuciano e cristiano, secondo Aleni, trovano una base comune, sulla linea impostata da Ricci: “Siamo una sola famiglia sotto lo stesso Cielo” (Tianxia Yijia). Davvero un buon auspicio per continuare ad immaginare e annunciare un Dio “possibile” in un mondo dove solidarietà e fraternità sembrano diventate “impossibili”.







