KOROGOCHO, VOGLIA DI AUTORISCATTO - DA KHARTOUM
KOROGOCHO: VOGLIA DI AUTORISCATTO
Devo dire che, nonostante ci sia in giro molto scetticismo nei confronti di un’Africa prostrata da tanti mali, io mi sento di rinnovarle il mio voto di fiducia e di solidarietà. Vedo intorno a me tanta voglia di autoriscatto, tanti giovani che fanno del loro meglio per aprirsi una strada nella vita; tante mamme che si trovano a gestire situazioni disperate, ma che non si arrendono e continuano a lottare.
Molto spesso, i guai dell’Africa derivano dalla cattiva governance, cioè dal fatto di essere guidati non da autentici leader, ma semplicemente politici che hanno a cuore più l’interesse personale che non il bene e lo sviluppo del paese.
Il Kenya stesso, in quarant’anni di indipendenza, ha prodotto una minoranza di super ricchi, che hanno dilapidato le risorse dello Stato, lasciando il popolo abbandonato a se stesso a immiserire nelle campagne senza servizi, o nei bassifondi degradati delle città come manodopera in esubero a basso costo.
Proprio oggi i senza terra e senza casa delle baraccopoli di Nairobi sono andati in 2mila a gridare il loro diritto ad un alloggio dignitoso. E per dimostrare che non sono solo parole hanno messo sul tavolo delle autorità un enorme cesto con su scritto akiba mashinani (cassa dei senza tetto), nel quale hanno versato i loro contributi raccolti, in questi due ultimi anni, nei vari slum della città.
È stato un gesto molto significativo e che continuerà anche negli anni a venire a richiamare il governo ad un impegno a favore degli esclusi della città. Un segno per scuotere le coscienze di chi ha potere e responsabilità, perché si faccia giustizia questa massa di diseredati, che ormai sulla Terra raggiunge il tetto di un miliardo, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Ai ritmi di crescita attuali, nel 2030 saranno il doppio, se non cambiano le cose. E saranno una bomba non meno pericolosa di quelle che siamo andati a cercare in Iraq.
Oggi abbiamo i mezzi per disinnescare questa bomba. Rimane da costruire la voglia di farlo.
GINO FILIPPINI - Korogocho (Nairobi, Kenya).
DALL’INFERNO DI KHARTOUM
In un viaggio attraverso l’Africa, sono passato dal Sudan. Con amici ho potuto vedere ciò che grida vendetta al cospetto di Dio: i campi profughi intorno alla capitale, Khartoum; una guerra che dura da vent’anni, ha fatto due milioni di morti e obbligato quattro milioni di persone a lasciare il loro villaggio al sud, la loro capanna, e su camion da bestiame o con marce forzate di 800 km, portati e buttati come animali da macello nella sabbia rovente intorno alla capitale, dove manca tutto. Per il cibo devono dipendere dalle organizzazioni umanitarie: mancano i pozzi e l’acqua viene trasportata con gli asini e venduta in taniche; medicinali e medici sono un sogno.
Ma è quello che ho visto nel campo di Geberona (700mila profughi), che mi spinge a scrivere. Lì ho visto lo sterminio dei poveri più poveri: una spianata di catapecchie che la gente, in diversi anni e con infiniti sforzi e sacrifici, era riuscita a costruirsi con le proprie mani. Con la scusa del futuro sviluppo della città, un grosso bulldozer opera la distruzione; vengono date 24 ore per sloggiare e prendere il nulla che hanno e poi le case vengono segnate con una croce bianca e rase al suolo. Dopo di che, quella povera gente dovrà ricominciare da capo.
Ho sentito il bisogno di raccontare queste atrocità, affinché nessuno possa dire: “Non lo sapevo”. l
JOHN - Khartoum (Sudan).







