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MIGRANTI E IMMIGRATI / TRA DISINFORMAZIONE E MALAINFORMAZIONE

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Disinformazione e malainformazione sono delle costanti nella fenomenologia delle migrazioni del passato e del presente. Ne sono stati vittime a lungo i 30 milioni di connazionali emigrati in vari paesi dell’Europa e degli altri continenti dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri. C’è tutta una letteratura memorialistica e di studi storici a documentarlo. Basti citare gli eccellenti saggi di Emilio Franzina o anche solo il bestseller di Gianantonio Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi (Rizzoli 2002), dedicato al nonno Toni, detto Cajo, “che mangiò pane e disprezzo in Prussia e in Ungheria e sarebbe schifato dagli smemorati che sputano oggi su quelli come lui”.

LA BUONA INFORMAZIONE C’È SEMPRE STATA

Di questi “smemorati”, veri e propri imprenditori in Italia della malainformazione odierna in materia di migranti, immigrati, richiedenti asilo, rifugiati, regolari e irregolari (detti sempre “clandestini”), ne possiamo avere un campionario quotidiano in siti internet di documentazione e denuncia, seri e ben fatti, come Cronache di ordinario razzismo e Carta di Roma. Il primo è curato dall’Associazione Lunaria molto attiva dagli anni ‘90 nelle iniziative per l’affermazione dei diritti umani in generale e in campagne per la corretta informazione sugli immigrati in particolare. Il secondo, promosso da un’Associazione di associazioni interessate alla condivisione nel mondo dei media di un codice etico nel trattare le notizie sull’immigrazione, offre ogni giorno una rassegna stampa dei principali quotidiani, da cui si coglie con immediatezza, già dai titoli, la buona e la cattiva informazione.

Purtroppo, soprattutto la cattiva informazione. Tantissima e davvero vergognosa. Perché in Italia la buona informazione per gli operatori della comunicazione, mirando a quelli deontologicamente professionali, ossia preparati e intellettualmente onesti, c’è sempre stata fin dal primo manifestarsi rilevante del fenomeno immigrazione. Ossia dagli anni ‘80. Ed ha continuato ad esserci, a consolidarsi con riferimenti precisi a studi, ricerche e analisi scientifiche, per oltre tre decenni. Ha accompagnato la crescita della popolazione immigrata dai 2-300mila che precedono i primi provvedimenti di regolarizzazione ai circa 6 milioni di adesso. Possiamo ricordare la Prima Conferenza Nazionale dell’Immigrazione (rimasta unica), organizzata dal Cnel su incarico del Governo nel giugno del 1990. Furono chiamati ad un confronto pubblico tra loro sociologi, economisti, giuristi, operatori sociali delle diverse correnti politiche e di pensiero. Gli atti (in 3 grossi volumi), furono messi a disposizione di tutte le redazioni dei principali organi di stampa nazionali e locali.

Possiamo ricordare poi, proprio a partire dal 1990, l’annuale uscita (voluta dal compianto mons. Di Liegro, direttore della Caritas di Roma) del Dossier Statistico Immigrazione, diventato in seguito il Dossier Idos che a tutt’oggi offre in maniera dettagliata e aggiornata per settore di interesse, i dati essenziali e più attendibili in grado di far comprendere in maniera corretta la realtà delle migrazioni.

Possiamo ricordare ancora i Rapporti ogni anno presentati alla stampa dalla Fondazione Ismu di Milano e dalla Fondazione Fieri di Torino sui molteplici aspetti delle politiche di inclusione e integrazione. E pure i Rapporti della Fondazione Moressa di Mestre sulle caratteristiche e il peso che ha il lavoro degli immigrati nell’economia italiana.

I CINQUE FATTORI DELLA MALAINFORMAZIONE

Ma perché i media sono così disinformanti e malinformanti? E perché tanti, troppi cittadini non si dimostrano sufficientemente critici nei confronti della disinformazione e della malainformazione in materia di immigrazione? Rispondere a queste domande significa aprire un dibattito su processi comunicativi molto complessi, fatti dall’interazione di molteplici fattori. Li possiamo intuire e proviamo a esplicitarli.

Un primo fattore è quello dell’informazione di fatto deformante e deviante dato – diciamo “in buona fede” – dall’impreparazione e superficialità congenita del giornalismo della prima comunicazione di massa. È il giornalismo della cronaca che deve battere sul tempo i concorrenti nella trasmissione delle notizie di sicuro effetto. L’effetto delle famose tre “esse”, che anche in ambito immigrazione funzionano benissimo: sangue, soldi, sesso. E questo senza poter verificare l’attendibilità delle fonti e valutare le responsabilità che ci si assume nella diffusione più o meno inconsapevole di fakenews o di notizie (anche vere) di carattere negativo nei confronti dei migranti. Che abbiano un peso sproporzionato, qualora rapportato ai fatti che riguardano altre categorie di persone, sembra non contare per niente.

Un secondo fattore è quello dell’informazione non solo di fatto, ma volutamente deformante e deviante, rappresentato – diciamo “in mala fede” – da chi nel giornalismo si è messo lucidamente al servizio di politici senza scrupoli (e dei loro partiti) per sfruttare la potenza dei media ai fini di un consenso elettorale di massa da ottenere in maniera demagogica. Si creano di proposito le fakenews. Si manipolano i dati statistici e li si presenta in maniera faziosa. Si fa di tutto e si coglie ogni occasione per fare dei migranti il classico “capro espiatorio” di tutto ciò che nel paese non va bene.

Un terzo fattore è quello apparentemente innocente dell’informazione da benpensanti prodotta da molti dei cosiddetti opinion-makers che scrivono sui grandi giornali per le élite della politica, sia di destra sia di centro sia di sinistra, portandole in materia di immigrazione a convinzioni che spesso hanno poco a che vedere con la realtà. Convinzioni che però vanno poi ad incidere in maniera sbagliata sulle decisioni che riguardano le leggi e le politiche di governance dei fenomeni migratori. Si tratta di intellettuali (scrittori famosi, professori di Università, artisti, manager), giustamente autorevoli nei loro specifici ambiti di professionalità, ma che, una volta diventati “tuttologi”, spendono spesso impropriamente e irresponsabilmente la loro autorevolezza in campi di cui non hanno sufficiente competenza. L’immigrazione è uno di questi campi. E allora il loro “autorevole” contributo al dibattito su un tema molto scottante e di grande impatto emotivo diventa in realtà consolidamento di stereotipi basati su luoghi comuni di carattere meramente impressionistico.

Un quarto fattore di informazione deviante lo si può vedere nel format dei talkshow televisivi più seguiti. Gli invitati alle chiacchiere di salotto (che devono diventare il prima possibile scontri verbali e litigi furiosi in funzione dell’audience) sono messi tutti “democraticamente” (meglio dire: “ipocritamente”) sullo stesso piano, competenti e incompetenti, in buona fede e in mala fede, gli uni con dati che vengono dichiarati immediatamente dopo (o in sovrapposizione di voci al microfono) inattendibili dagli altri. Il tutto con la regia di conduttori fintamente neutrali che non replicano mai alle fakenews più manifeste. Conduttori che danno rilievo alle proteste di piazza con collegamenti esterni “perché bisogna dare la parola alla gente”. Conduttori che fanno quasi sempre scorrere sui megaschermi dello studio le immagini più drammatiche dell’ultimo naufragio/salvataggio dei migranti in mare, come fosse la rappresentazione tout court dell’immigrazione nel suo complesso, nelle sue caratteristiche generali.

Un quinto fattore, certo non l’ultimo, ma nella produzione e affermazione della malainformazione sicuramente il più rilevante per la presa che sui cittadini hanno i precedenti fattori, è quello indiretto della visibilità, dell’incontestabilità dei disagi che l’immigrazione nelle sue varie tipologie provoca nelle componenti più deboli della società. Forte e inquietante visibilità dei disagi da vicinato sgradevole a fronte della prevalente invisibilità, dell’impercettibilità di fatto dei benefici enormi di sistema che l’immigrazione invece comporta sotto il profilo economico e sociale. Si veda ad esempio cosa si dice nel Rapporto speciale dell’Economist del 16 novembre 2019 a proposito dei danni che si hanno da un’opinione pubblica disinformata o male informata. Si stima a livello mondiale in non meno di 90 trilioni di dollari all’anno la perdita dei guadagni dovuta alle politiche di contrasto delle migrazioni per lavoro. Politiche di contrasto indotte per consensi elettorali dal peso ingiustificatamente assai maggiore che si dà nelle opinioni pubbliche dei paesi agli svantaggi rispetto ai vantaggi creati dai migranti economici al benessere dell’intera popolazione mondiale.

UNICO RIMEDIO: LA CONTROINFORMAZIONE DOCUMENTATA

È chiaro che se non verrà riequilibrata nei mass media l’attuale sproporzione tra la massima visibilità data agli svantaggi, sia quelli reali che quelli fatti immaginare, e la minima (se non nulla) visibilità concessa ai vantaggi della libera circolazione delle persone nel mondo (che solo sociologi ed economisti possono far rilevare), non c’è da sorprendersi che trionfi la disinformazione  e ne approfittino gli imprenditori della malainformazione a tutti i livelli, dalle discussioni al bar agli interventi xenofobi in Parlamento.

Per ridurre il più possibile disinformazione e malainformazione è stato ed è sicuramente utile l’impegno dei tanti soggetti della società civile che troviamo attivi oggi nella controinformazione documentata in materia di migranti e immigrati. Impegno forse da coniugare maggiormente con strategie di coinvolgimento, studiate per essere efficaci, degli operatori della comunicazione di massa ai vertici del sistema dei media. Parliamo dei direttori dei giornali e dei telegiornali, anzitutto quelli di importanza nazionale. Ma da non escludere anche quelli locali. Impegno che continuerà a risultare sostanzialmente velleitario se non si troverà il modo di cambiare le leggi assurde che costringono i migranti economici (anche se in piccola percentuale, ma che poi è quella della massima visibilità) ad arrivare con i barconi, a presentarsi come miserabili, ad accettare condizioni di lavoro da schiavi, ad adattarsi a vivere da “clandestini” fino alla contestatissima sanatoria che prima o poi arriverà dopo aver ulteriormente avvelenato il clima del paese.

PERCHÉ PREVALE LA MALAINFORMAZIONE?

La buona informazione non è mai mancata in Italia. Ma perché ha sempre prevalso e continua a prevalere nei media – e quindi nell’opinione pubblica – la cattiva informazione? I sondaggi ne sono indicatori significativi, quando ci riportano le rappresentazioni sbagliate, che i cittadini hanno del numero dei migranti nel paese. Le percentuali maggiori di risposta sono quasi sempre quelle in cui si dà per scontato che siamo di fronte ad un’invasione, a masse di disoccupati, nullafacenti, elemosinanti, con tassi di criminalità in crescita che dipenderebbero proprio da loro. Se poi si parla di religione, si vedono i migranti come fossero in gran parte musulmani (anzi, “islamici”, e magari anche da sospettare di simpatie per il terrorismo) e dunque una minaccia alla nostra identità culturale. Studi sulla diffusione di queste false immagini indotte dalla disinformazione e malainformazione in generale del sistema dei media ne sono stati fatti parecchi. 
Basta una piccola ricerca su Google, scrivendo “cosa pensano gli italiani degli immigrati” e si ha accesso ad ottimi materiali di documentazione. Uno per tutti, che riassume bene tanti monitoraggi e analisi di bravi sociologi: L’immigrazione nei media italiani. Disinformazione, stereotipi e innovazioni di Carmela Maltone.



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