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L’artista deve lottare col marmo per ricavarne la forma ideale

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Immaginare i pensieri degli altri è esercizio rischioso, che raramente colpisce il bersaglio. Ma, se non si pretende di avere ragione, può essere l’occasione per riflettere su se stessi, evidenziare, verificare e correggere le proprie convinzioni; una specie di gioco di ruolo.

Così ho letto con interesse la riflessione di una giornalista (N. Gibbs) che scrive a proposito di Barack Obama: “Raramente i presidenti ottengono la presidenza che avevano sperato. Essi non hanno potere sull’agenda dei problemi; è lei che ha potere su di loro ed essi sono costretti ad adattarsi al paradosso del potere: non appena lo ottengono, scoprono che raramente ottengono di decidere anche come usarlo: Non è per fare questo che sono venuto qui, sospira un presidente. La risposta è: troppo dannatamente brutto. Solitudine e frustrazione è ciò che significa essere presidente e quando, a notte fonda, Obama evoca i suoi predecessori, essi gli possono spiegare com’è che sono andate le cose”.

Un politico ricco di ideali riesce a entrare nella stanza dei bottoni e si accorge di avere davanti problemi che non aveva preventivato, decisioni che non vorrebbe prendere, ma gli sono imposte dalla situazione; un vescovo parte con il desiderio di annunciare il Vangelo ed è costretto ad affrontare i problemi delle parrocchie troppo piccole o degli edifici troppo grandi, dei fondi diocesani scarsi o delle richieste eccessive, dei parroci scontenti dei parrocchiani e dei parrocchiani che non sopportano i parroci.

Il problema può essere allargato: un giovane diventa adulto dopo aver sognato il suo ingresso nella società come un evento trionfale, che avrebbe portato finalmente aria fresca, colori vivaci, vita.

E si accorge che il mondo è grande e rigido; che si riesce appena a scalfirlo; che i problemi da affrontare non sono quelli che uno aveva pensato ma altri, generalmente meno interessanti. Le reazioni a questa esperienza possono essere diverse.

Ci si può ribellare e rifiutare sdegnosamente di entrare in questo mondo meschino; oppure ci si può adattare con quella dose di cinismo che sembra necessaria per sopravvivere. Ma forse c’è un altro esito: si può anche diventare saggi. Anzitutto si impara a riconoscere che c’è un ordine tra i problemi e che non se ne può risolvere uno senza affrontarne altri.

Non si può, ad esempio, risolvere il problema del sottosviluppo economico senza risolvere prima quello dell’alfabetizzazione, dell’istruzione di base, della formazione professionale; e non si riesce a far nascere il desiderio di istruirsi se non si trasmette una visione della persona umana e della vita come cammino di crescita verso una meta. Similmente non si può risolvere il problema della pace nel mondo senza risolvere il nodo dell’ordine politico; e non si può pensare a un ordine politico corretto senza una concezione corrispondente della società e dell’uomo.

I diversi problemi si intrecciano tra loro e impongono un’agenda che non viene fissata da una programmazione precisa a tavolino, ma dall’emergere di nodi passati che non sono stati risolti o di nodi presenti che non erano stati considerati.

Ancora: “il sistema mondo” nasce dall’interazione di molte persone diverse, di molte istituzioni, di molti progetti diversi; il passato ha consolidato alcune abitudini e modi di agire. Io, che vengo solo oggi, non posso pensare di cancellare con un colpo di spugna tutto e tutti e imporre l’ordine bellissimo che il mio pensiero ha ideato. L’artista deve lottare col marmo per ricavarne la forma ideale che ha in mente; e se si arrabbia troppo perché il marmo è duro, perché un colpo di scalpello non ha prodotto quella modifica che lui avrebbe desiderato, il rischio è che spacchi il marmo e distrugga del tutto l’opera.

Anche la pazienza fa parte del bagaglio dell’artista e di chiunque voglia lavorare su un materiale resistente.

E anche la speranza; perché ci sono trasformazioni che dipendono necessariamente dalla scelta libera delle persone; e la scelta libera, diceva Lapalisse, non può essere prodotta necessariamente; deve solo essere suscitata e fa riferimento a quella che in teologia si chiama “grazia” – così forte da produrre effetti miracolosi, ma così rispettosa da incoronare la libertà anziché diminuirla.



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