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Giovanni: Gesù in Samaria, Il Dialogo al Pozzo di Sicar

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Al pozzo di Giacobbe Gesù ha dialogato a lungo CON LA SAMARITANA (Gv 4,7-26), in assenza dei suoi discepoli che erano andati in città ad acquistare del cibo (v. 8). Il ritorno dei discepoli (v. 27) avviene nel momento in cui la rivelazione ha raggiunto il suo apice (v. 26): Gesù ha appena dichiarato d’essere lui quel messia che il popolo dei samaritani attende. L’ingresso in scena dei discepoli (v. 27) si accompagna all’uscita della donna (v. 28).
Da questo momento, fino al v. 40b, l’evangelista gioca su DUE FRONTI, raccontando in contemporanea DUE AVVENIMENTI: il dialogo tra Gesù e i suoi discepoli (vv. 31-38); l’incontro con i samaritani (vv. 39-40b). Il dialogo copre esattamente il tempo occupato dal cammino della donna verso la città (v. 28), dal suo annuncio sul Cristo (v. 29), dalla conseguente uscita dei samaritani da Sicar (v. 30 e v. 39) e dal loro arrivo nei pressi del pozzo, da cui Gesù non si è mai spostato (v. 40a). Quanto avviene nella cornice (vv. 28-30 e vv. 39-40a) è contemporaneo a quanto si svolge al centro (vv. 31-38); questa contemporaneità veicola una profonda omogeneità di contenuto: il dialogo (che occupa il posto centrale) funziona come chiave interpretativa di quello che viene narrativamente descritto nella cornice e ciò che fanno i samaritani (raccontato all’esterno) è la realizzazione concreta di quanto Gesù esprime a parole nel segmento centrale.

Il dialogo sulla missione

La prima parte della conversazione tra Gesù e i discepoli è occupata dal tema del cibo e del mangiare (vv. 31-34); la seconda è dominata dall’immagine del lavoro nei campi (vv. 35-38). Si tratta di due ambiti profondamente apparentati: nel mondo antico il cibo proviene in larga misura dal lavoro nei campi. Nella prima parte si parla esclusivamente della missione di Gesù (v. 34): è lui l’inviato del Padre, il “missionario” disceso dal cielo. Nella seconda parte, anche ai discepoli viene riferito il vocabolario tecnico della missione/invio: “Io vi ho mandato” (v. 38).

Il fraintendimento sul cibo: la missione di Gesù

La prima parte del dialogo riproduce una situazione frequente nel QV: siamo davanti ad un tipico fraintendimento giovanneo. Il v. 31 introduce la circostanza che fa da sfondo al fraintendimento: i discepoli invitano Gesù a mangiare quel cibo che sono andati ad acquistare per lui in città. Gesù reagisce con una dichiarazione enigmatica, carica di mistero, che è passibile di diversa interpretazione (v. 32): “Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. I discepoli la interpretano in un senso superficiale, banale (v. 33): “Forse che qualcuno gli ha portato da mangiare?”.

A questo punto Gesù svela il senso di quel cibo di cui egli si nutre (v. 34): si tratta di “fare la volontà di colui che lo ha mandato” e di “portare a compimento la sua opera”. Sulla base di Gv 6,38-40 possiamo definire in cosa consista la volontà del Padre che ha mandato Gesù: il Padre vuole che gli uomini non si perdano, ma abbiano la vita; che gli uomini, vedendo Gesù e credendo in lui, abbiamo la vita eterna fin da ora e, nell’ultimo giorno, partecipino alla risurrezione finale. Portare a compimento l’opera del Padre è un modo per indicare la morte: il verbo “portare a compimento” che Gesù impiega al v. 34 si trova, con un paio di altri vocaboli derivanti dalla stessa radice, nell’introduzione al racconto della passione (Gv 13,1) e nel racconto della morte in croce di Gesù (Gv 19,28-30).

È morendo in croce che Gesù porta a compimento l’opera del Padre. Le due parti della parola di Gesù del v. 34 non sono separabili: la morte, l’evento in cui Gesù porta a compimento l’opera del Padre, è al tempo stesso il momento in cui egli compie in modo insuperabile la volontà di colui che lo ha mandato, di comunicare la vita e di salvare dalla perdizione.

Secondo una straordinaria immagine giovannea, è nella posizione di innalzato sulla croce che Gesù attira tutti a sé (12,32); è dalla propria morte che egli comunica lo Spirito Santo e, con esso, la vita divina agli uomini (cfr. 19,30 e 19,34.37 alla luce di 7,37-39). Nel corso di tutta la sua vita, ma soprattutto nel momento della sua morte, Gesù si nutre di quel cibo che, per lui, è il compiere la volontà salvifica e vivificante del Padre. Dio nient’altro desidera se non che gli uomini vadano a Gesù per avere, nell’incontro con lui, la vita eterna.

Questo è il senso della missione di Gesù: unicamente per questo scopo Dio lo ha mandato, come il missionario per eccellenza, l’inviato che – dal cielo – viene nel mondo degli uomini.

Una riflessione sul lavoro nei campi: il coinvolgimento dei discepoli nella missione

Dal v. 35 Gesù sembra cambiare discorso; non lasciamoci, però, ingannare dalle apparenze. Gesù riprende un detto popolare: “Ancora un quadrimestre e poi viene la mietitura” (v. 35a). Probabilmente si tratta di un proverbio pronunciato verso la fine dell’inverno; il suo significato è quello di sottolineare che tra la semina e la mietitura intercorre sempre un lasso di tempo. Gesù ricorda il proverbio per attirare l’attenzione dei discepoli su un fatto straordinario (v. 35b): “Ecco vi dico: alzate i vostri occhi e guardate che i campi sono bianchi per la mietitura”. Contro ogni ragionevole attesa, il tempo della mietitura è già arrivato! I profeti avevano descritto il tempo della salvezza finale attraverso l’immagine di una straordinaria fecondità della terra: “Chi ara si incontrerà con chi miete” (Am 9,13; cfr. Lv 26,5). Gesù si ricollega a questo tipo di oracoli e attese: la semina in Samaria è stata appena fatta, ma egli invita i discepoli alla sorprendente constatazione che, contrariamente a quello che l’esperienza insegna, è già il tempo del raccolto!

È possibile capire a cosa Gesù si riferisca solo se si coglie il gioco di sovrapposizione implicato nell’immagine dei campi che diventano bianchi (v. 35). Nella stagione primaverile, in cui è ambientato il nostro episodio, i campi di cereali sono normalmente verdi: così li hanno visti finora Gesù e i suoi discepoli. Ora, il colore delle mèssi sta mutando sotto i loro occhi: i campi, prima verdeggianti, stanno diventando bianchi, assumono il colore delle mèssi mature. Questa trasformazione cromatica è l’effetto prodotto dai samaritani che, vestiti di chiaro, stanno venendo verso Gesù: i campi mutano colore per il fatto che, attraverso quei campi, i samaritani biancovestiti vengono a Gesù.

La parola della donna ha provocato l’uscita dei suoi concittadini verso il pozzo di Giacobbe, il luogo dove si trova Gesù, ed essi ora vengono dal loro villaggio verso Gesù per avere la vita nell’incontro con lui. Nella venuta dei samaritani Gesù vede il segno che la messe è matura. I discepoli sono invitati a subentrare in un lavoro che non hanno iniziato: essi mietono con gioia il frutto di una semina che è stata fatta da altri. Da chi se non da Gesù e dalla donna di Samaria?

Il senso complessivo dell’episodio: una descrizione del dinamismo missionario

Il dialogo iniziale (vv. 7-26) porta la samaritana a credere nel giudeo Gesù come messia anche dei samaritani. Giunta alla convinzione di fede di aver trovato il messia, si reca nel proprio villaggio a raccontare l’accaduto (vv. 28-29): la sua parola, lungi dall’esprimere un dubbio, è una vera e propria testimonianza resa al messia che viene dai giudei, ma che s’interessa anche dei samaritani. Al v. 39, infatti, l’evangelista dice che molti samaritani di quella città avevano creduto in lui, a motivo della parola della donna-testimone.

La testimonianza della donna provoca il movimento dei suoi concittadini, che cominciano ad uscire dalla città per venire verso Gesù.

Alla vista dei samaritani, che – venendo verso di lui –, mutano colore ai campi e li rendono simili a mèssi mature, Gesù riconosce che è già il tempo del raccolto missionario e invita i suoi discepoli ad entrare in quell’opera che fino ad ora è stata compiuta da lui e dalla donna di Samaria. Nei samaritani Gesù riconosce anche quel cibo che egli cerca: se il suo cibo è compiere la volontà salvifica e vivificante del Padre, il quale desidera che gli uomini vadano a lui per avere la vita, è chiaro che la venuta dei samaritani al pozzo reca a Gesù quell’unico cibo di cui egli desidera nutrirsi.



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