È GIUNTA L’ORA DI UNA NUOVA “PACEM IN TERRIS”?
Viviamo in un mondo stretto nella morsa di guerre, conflitti e violenze, che causano sofferenze indicibili all’umanità e all’ambiente. Quale speranza, quali vie di salvezza per questo mondo? Nell’ultimo Convegno di “Missione Oggi” (11 maggio 2024), abbiamo messo a fuoco alcuni scenari geopolitici, interrogandoci, tra l’altro, sulla governance della pace da parte dell’Onu e sull’influenza delle religioni nelle relazioni internazionali.
Con Marco Mascia ci siamo chiesti se l’Onu deve fare ciò che la sua Carta prescrive o ciò che le è consentito dai suoi Stati membri: dev’essere un’agenzia umanitaria o un’autorità sopranazionale preposta al mantenimento della pace e sicurezza internazionale? Strumento degli Stati più forti, singolarmente o per coalizioni, o garante della legalità internazionale? Insignificante foro di intergovernativismo autoreferenziale o istituzione democratica di global governance?
Con Enzo Pace abbiamo riflettuto sul ruolo geopolitico delle religioni. Ci ha anticipato alcune riflessioni del suo ultimo libro Religioni in guerra (2024), dove afferma che “nel mondo contemporaneo, il ritorno della boria degli imperi e delle nazioni nasconde la crisi verticale delle grandi narrazioni ideologiche dell’Otto-Novecento”. Sicché le élite al potere “tornano a guardare alle religioni come un malato a corto di fiato che si attacca alla bombola di ossigeno”. Basti pensare alla Russia post-sovietica, dove “le élite politiche guardano con favore alla teologia della sinfonia tra Stato e Chiesa ortodossa, così come le élite antirusse della giovane nazione ucraina hanno assecondato la formazione di una Chiesa autocefala nazionale sganciata dalla giurisdizione ecclesiastica del patriarcato di Mosca”. Ciò che emerge a livello mondiale, d’accordo con Enzo Pace, è l’avanzata in tutte le religioni storiche di movimenti politico-religiosi fondamentalisti, che obbediscono allo schema: una fede, una lingua e una terra. Di modo che s’impone l’idea di un primato morale originario, “naturale”, di un popolo (di un’etnia), in cui le religioni sono chiamate a fornire codici simbolici per rafforzarne l’idea, “sacralizzandola”, mentre le politiche identitarie (nazionali e neo-imperiali) si caricano di una pericolosa tensione escatologica. In buona sostanza, le religioni diventano come “lo psicofarmaco spirituale che si assume per decidersi all’azione violenta”.
Di fronte a questo scenario geopolitico, piuttosto catastrofico, come le religioni dovrebbero rientrare in gioco? Oltre che invocare la pace e pregare per la pace, esse, per diventare agenti credibili di pacificazione, devono senz’altro sollecitare pubblicamente i propri fedeli a mobilitarsi nei movimenti che favoriscono la nonviolenza e l’intesa etica tra culture diverse, sottraendosi alla logica amico-nemico della politica. Nel Convegno di “Missione Oggi” ci siamo anche chiesti se non sia giunta l’ora di una nuova Pacem in terris, di un’enciclica che, facendo tesoro del peso assunto dalle religioni nella geopolitica contemporanea, risponda con più coraggio alle lezioni politiche degli ultimi 60 anni che, in molti casi, hanno fatto scempio del diritto internazionale, dei diritti umani, del disarmo. Potrebbe essere – perché no? – la prima enciclica scritta insieme da alcuni rappresentanti delle grandi religioni storiche, già in dialogo tra loro, come nel caso di papa Francesco e del grande imam di al-Azhar al-Tayyib, che darebbero così un contributo inedito, interreligioso, per far rientrare le religioni in gioco, positivamente, per la pace in un mondo in guerra.







