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SENZA CHIESA E SENZA DIO / PRESENTE E FUTURO DELL’OCCIDENTE POST-CRISTIANO

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Senza Chiesa e senza Dio. Presente e futuro dell’Occidente post-cristiano è il titolo dell’ultimo lavoro di Brunetto Salvarani, che parte da una consapevolezza ben espressa da papa Francesco alla curia romana per gli auguri di Natale 2019: “Non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi né i più ascoltati. Non siamo più in un regime di cristianità, perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune”. Siamo cioè di fronte all’esculturazione, processo opposto all’inculturazione, così cara alla teologia della missione. E già qui si pone una prima questione radicale: l’Occidente, nel suo futuro, può fare a meno della Chiesa e del Dio dei cristiani? La mia personalissima risposta è semplice e radicale: sì, l’Occidente (o quel che ne resta) può fare a meno del cristianesimo nel suo futuro. 

Domanda conseguente: questo è un bene o un male? Non lo so e tecnicamente immagino che per i non cristiani sia un problema mal posto e insignificante. Per i cristiani, invece, potrebbe trattarsi solo di imparare a tramontare. Con dignità, come diceva Ernesto Balducci.

Attorno alla domanda di base, l’A. organizza una pluralità di questioni e una mappa delle sfide che ci attendono. Nel cap. 2 (La fine di un mondo) discute di post-secolarizzazione e della riduzione delle religioni de-culturate a puri e semplici prodotti di consumo pret-a-porter; mentre nel cap. 3 (Da praticanti a pellegrini) analizza la scomparsa della figura “praticante” – intimamente connessa alla tradizionale triplice associazione “parroco-chiesa-villaggio”. Il venir meno dello stretto ed istituzionale legame tra religione, società, cultura e processo di socializzazione, comporta la nascita del pellegrino postmoderno, fluido e mutevole, che costruisce da sé i significati della propria esistenza senza radicamento in istituzioni, ma facendo surf tra le diverse proposte spirituali sul mercato. 

Il cap. 4 (Il condominio delle religioni) analizza la compresenza e pluralità di esperienze religiose in Occidente riflettendo sul fatto che la Chiesa cattolica deve concepirsi come “minoranza creativa” (Benedetto XVI), il cristianesimo rileggersi “come stile” (per dirla con Christoph Theobald) e l’interazione tra diversi deve essere letta nella logica del “poliedro” (papa Francesco) in cui tutte le parti conservano peculiarità pur facendo parte di un’unità non omologante.

Il cap. 5 (Il trasloco di Dio) già dice tutto nel titolo: perché se Dio tramonta in Occidente non significa, alla Nietzsche, che è morto ma solo che sta traslocando al Sud. I dati che Salvarani elenca permettono di farsi un’idea precisa di questo trasloco e delle connesse conseguenze sul versante teologico, missionario e pastorale. 

Nel cap. 6 l’A. utilizza la sua competenza biblica per ragionare attorno al significato odierno del “libro assente”, il Grande Codice Bibbia, mentre in Quel che resta di Gesù (cap. 7) compie un appassionato viaggio nella sua “ebraicità” prefigurando una riconciliazione non solo possibile ma necessaria, nella figura di Gesù, tra ebraismo e cristianesimo.

La pars construens del volume è condensata nel cap. 8 (Le nuove virtù teologali). Si tratta di pagine dense e profonde che indagano come fede, speranza e carità, possano e debbano ancor oggi costituire tracce per un percorso di fede.

La carità-agape-amore è perfettamente riassunta nella figura del buon samaritano che Gesù utilizza per rispondere, alla maniera rabbinica – ponendo un’ulteriore domanda – a chi gli chiedeva: “Chi è il mio prossimo?”. Il buon samaritano è anche il cuore dell’enciclica Fratelli tutti che proprio partendo dalla parabola pone la domanda cruciale ad ogni lettore: “Con chi ti identifichi?” (FT 64).

Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero, di un credere ospitale unito alla pazienza vigile delle sentinelle in attesa dell’aurora. L’A. chiude facendo riferimento alla tradizione talmudica che conclude una discussione con la parola tejku, acronimo della formula “il tishbita Elia verrà e deciderà”. Sospendiamo e aspettiamo, visto che non ci è dato di conoscere tutto. Tejku, allora, rispetto alla domanda sul presente e sul futuro dell’Occidente post-cristiano o, meglio, sul cristianesimo nel post-Occidente.



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