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IN MEMORIA DI MONS. GIORGIO BIGUZZI VESCOVO DI MAKENI DAL 1987 AL 2012

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Il 1° luglio 2024 è mancato all’Ospedale di Parma mons. Giorgio Biguzzi, missionario saveriano, di Cesena, per 35 anni in Sierra Leone, dei quali 25 come vescovo di Makeni. Joseph Alimamy Turay, presbitero diocesano e rettore della locale Università Cattolica, ne traccia un profilo per la nostra rivista.

IN MEMORIA DI MONS. GIORGIO BIGUZZI
VESCOVO DI MAKENI DAL 1987 AL 2012

FR. JOSEPH ALIMAMY TURAY
PARMA, 1° LUGLIO 2024

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Sono le parole di Gesù che hanno dato forma anche alla vita dell’uomo che ho conosciuto come padre spirituale e secondo padre – per molti di noi giovani – in Sierra Leone.

Dopo la morte di mons. Augusto Azzolini, primo vescovo di Makeni, noi seminaristi eravamo un po’ in ansia per la sua successione. La sua vicinanza ai seminaristi era indescrivibile. Per molti di noi, Azzolini era vescovo, rettore e padre spirituale: tutto concentrato in una sola persona. Chi avrebbe potuto sostituirlo in così tanti ruoli?

Come seminaristi, avevamo la nostra lista di candidati. Ma Giorgio non era tra questi. I favoriti erano il nostro magnifico rettore, p. Salicone, p. Montesi ecc. Poi il Signore ha scelto Giorgio, che ci ha gradualmente conquistati con la sua apertura, franchezza e amore per il popolo di Dio.

Mons. Giorgio ha ordinato la maggior parte degli oltre 50 tra diaconi e preti locali. Ha vissuto appieno il suo motto episcopale, ispirato al carisma del fondatore della sua congregazione, san Guido M. Conforti: solo l’amore di Cristo lo spingeva (2Cor 5,14). È stato amico, fratello, vescovo di tutti: musulmani, cattolici, anglicani e seguaci delle religioni tradizionali. Non c’è da meravigliarsi se, proprio per questo, abbia ispirato l’intera nazione e oltre.

Lo Spirito di Cristo ha fatto sì che Giorgio non abbia mai detto una sola parola negativa, di condanna di persone, della loro cultura e visione del mondo. Un giorno, parlando della povertà delle persone e del loro tentativo di approfittare della situazione, mi confidò: “Se fossi al loro posto, non farei forse lo stesso?”. Mi ha colpito la sua totale identificazione, non certo con il male, ma con la sofferenza, il dolore e l’umiliazione della gente.

Per lui era prioritario investire e responsabilizzare le persone. Perciò nominava preti locali e laici in ruoli di leadership nella Chiesa investendo nella loro formazione.

Non aveva paura di chiamare le cose con il loro nome. Sfidava le élite, la classe politica, le autorità tribali a farsi carico della gente e della giustizia. Per questo ha sofferto molto, come il suo Maestro! Ma era sempre pronto a fare la sua parte per trovare una soluzione, spingendo politici e imprenditori verso nuove frontiere di sviluppo, stimolandoli a far rete per il bene comune.

Ci ha anche insegnato a lodare Dio con una liturgia bella, che aveva imparato durante la sua formazione alla scuola del card. Lercaro nella diocesi di Bologna. Nelle benedizioni e ordinazioni non risparmiava acqua e olio, che somministrava con abbondanza. Non aveva timore di ballare durante la messa e le celebrazioni. 

Mons. Giorgio ha dimostrato tutto il suo amore per il popolo di Dio in Sierra Leone nel momento più difficile: i 10 anni della guerra civile. Il vescovo, come veniva affettuosamente chiamato, era il centro, la roccia che sosteneva e confortava, indicando la direzione e dando speranza a una nazione distrutta, impaurita e crocifissa. È stato il mediatore della fine della guerra, facendo la spola tra i gruppi armati e le forze governative. Come suo autista, visitavo con lui città e villaggi occupati dai ribelli, distribuendo cibo a tutti. Non ha mai chiesto a nessuno di che parte era! Come il suo Maestro, è stato corpo e sangue offerto per tutti! Molte volte imprigionato dai ribelli, veniva subito rilasciato appena si rendevano conto che si trattava del vescovo Giorgio. E quando tutti i funzionari delle Ong internazionali se n’erano andati, lui era rimasto con la sua gente.

Al termine del suo episcopato, avrebbe desiderato una transizione più tranquilla, ma Dio aveva previsto un suo modo di arrivarvi. Perciò è stato molto contento di tornare in Sierra Leone per la consacrazione del vescovo Bob John Koroma. Soddisfazione e gioia erano palpabili. Al suo rientro in Italia, ci ha telefonato ringraziando per il meraviglioso momento vissuto a Makeni. Sì, vescovo, hai combattuto la buona battaglia, hai conservato la fede, hai terminato la tua corsa. Ora ti aspetta la corona di gloria riservata per te dal tuo Maestro! (2Tm 4,7-8).



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