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Sullo stato della Chiesa Cattolica oggi esistono posizioni diverse. Il card. Martini, rispondendo dalle pagine del Corriere d.s. (27.12.2009) a una credente delusa dall’azione della Chiesa, sostiene che essa non è mai stata così fiorente, diffusa, con Papi di così alto livello e tanti teologi di così grande valore culturale. Il vaticanista di Le Monde, Henri Tincq, nel suo libro I cattolici: chi sono e che fine faranno (2009), riferendosi all’Europa, parla di assemblee di fedeli anziani che scompaiono a poco a poco, di seminari che si svuotano, di chiese che si è costretti a adibire ad altro uso.

Caricatura o realtà, il vecchio continente sta vivendo un duplice processo: di sfaldamento della memoria e di valori fondati sul cristianesimo; di transizione verso un cristianesimo che dovrà assumere fino in fondo il linguaggio della modernità e postmodernità.

Ancor prima della caduta del muro, Giovanni Paolo II lanciava un grido d’allarme: “Antica Europa: ritrova te stessa”.

Nel 50° anniversario della firma del Trattato di Roma (2007), Benedetto XVI rincara la dose: se l’Europa continua nel cammino di rottura con il proprio patrimonio di valori cristiani, dissolverà la sua identità culturale e spirituale, che da soli il mercato e l’economia non valgono a tenere insieme. Il processo investe anche l’Italia. Lo conferma la discussione che sta arroventando il paese, in seguito alla sanzione della Corte europea per i diritti dell’uomo sulla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche.

Di fronte a questa crisi di identità del cristianesimo europeo – anzi tutto una crisi dei soggetti e delle istituzioni, non del suo contenuto –, mi chiedo quale sia l’atteggiamento da assumere.

Quello dello “spirto guerrier” cristiano, ridestato dalla Corte europea in politici, giornalisti e semplici cittadini, che strumentalizza il crocefisso per altri fini? Quello degli slogan iperidentitari, a volte anche violenti, che invadono i social network, riducendo il crocefisso a simbolo tradizionale del nostro paese, alla stregua della pizza, della Nazionale, di Vasco Rossi? “Non facciamo di tutta l’erba un fascio”, scrivono alcuni giovani di un’associazione studentesca cattolica di Lodi, perché “slogan e minacce contro chi toglie il crocefisso non fanno parte del bagaglio cristiano”.

E allora, come servire meglio il Vangelo, l’Europa e il mondo intero, all’inizio di questo nuovo anno?

L’atteggiamento più coerente mi pare non piegare la fede e le tradizioni cristiane ad altri scopi, come è successo in un Comune bresciano con l’operazione White Christmas. In buona sostanza, per riscoprire l’identità cristiana, vale di più avere il crocefisso nel cuore che appeso sui muri. La rilevanza culturale, sociale e politica, della fede è necessaria, ma deve sempre fare i conti con il rischio del fondamentalismo, del fanatismo e della manipolazione del nome di Dio. Passano gli anni, i secoli, i millenni, e non siamo ancora cristiani? Cristiani non si nasce, si diventa, anche in Europa. Perciò ogni giorno è come un nuovo inizio.

E la prova del fuoco è l’altro, la relazione. Non è forse il crocefisso il segno supremo di relazioni nuove con l’altro: affamato, assetato, straniero, nudo, malato, carcerato?

E a che cosa spinge il crocefisso se non all’umiltà, alla spoliazione e kenosi della propria arroganza culturale, politica e religiosa, alla prossimità disarmata con tutti, specialmente con i “piccoli” che non hanno più posto sulla terra?



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