Complimenti per il numero sul dialogo interreligioso
- P. TIZIANO TOSOLINI SX Osaka (Giappone)
Carissimo Mario, i miei complimenti per il numero di MO che riporta gli atti del convegno sul dialogo interreligioso. Davvero c’è bisogno, in questo mondo sempre più chiuso e preso tra le solite retoriche esclusiviste e l’accettazione acritica di ogni novità religiosa, di poter continuare a pensare ad un dialogo ed ad uno scambio corretto e rispettoso con l’alterità, con ciò che pensiamo diverso e che invece a volte ritroviamo vicino a noi come intuizione, come ideale, come pratica. Complimenti, allora, perché continuiate a mantenervi focalizzati su questo importantissimo tema del dialogo.
Sono rimasto colpito dalla lettera di p. Vittorino Mosele
- ENRICO USVELLI
Caro direttore, sono rimasto colpito dalla lettera di padre Vittorino Mosele, apparsa nel numero di aprile, che indicava come tema fondamentale, se non unico, per la rivista, il primo annuncio e quanto direttamente connesso. Sembrava quindi che MO, almeno da quando la conosco io, fosse andata in parte, se non parecchio, fuori tema. Poi sono andato a leggere sul sito della rivista “chi siamo” e mi sono accorto che in realtà non è così. Su “temi di carattere politico, economico, sociale, ambientale” padre Vittorino scrive: “Ci sono altre riviste, altre organizzazioni, altri gruppi che possono e devono dedicarsi”. Con a scusa che sta ad altri (chi?) credo si corra il serio pericolo che non lo faccia nessuno.
Se si vuol leggere qualcosa di decente su questi argomenti si finisce per affidarsi a riviste anche discrete, ma non cristiane.
Come ad esempio “Altreconomia”, che ultimamente è uscita con un articolo sulla fecondazione artificiale in quanto diritto non garantito. MO ha una grande ricchezza: la squadra di redattori e collaboratori messa insieme in questi anni. Disperdere questa ricchezza in nome di un “ritorno alle origini” sarebbe un peccato. Magari sbaglio ma sono convinto che “il dialogo interreligioso, lo studio delle culture” siano temi tanto importanti quanto poco popolari. Forse è più facile far accostare a questi temi i lettori se li si inserisce in una rivista a più facce che se si confeziona una rivista “specializzata”. Cordiali saluti.
Dopo un anno di dibattito tra i lettori sulla rivista
- MARIO MENIN
Appena uscito il numero di gennaio 2009, sono giunte in redazione lettere di segno opposto, lodando la presunta “nuova linea” della rivista o prendendone le distanze. Alcuni salutavano il “ritorno” alle origini, quando il nome era “Fede e Civiltà” (fino al 1978); altri nutrivano il sospetto del ritiro dalle tante battaglie sociali degli ultimi anni.
Confesso che interpretazioni così contrastanti della “linea” di MO mi hanno provocato un certo disagio.
In primo luogo, perché sapevo del tormentato cammino della rivista dall’ormai lontano 1979 – quando cambiò nome –, avendovi preso direttamente parte; in secondo, perché, assumendo la direzione, mi ero ripromesso di portarne avanti l’impostazione. Sentivo, sì, l’urgenza di mettere a fuoco alcuni temi e problemi della missione, ripartendo dalla Parola di Dio e dal Concilio, ma senza introdurre chissà quali novità, anche perché le novità, quelle vere, hanno bisogno di tempo e discernimento.
Per questo mi sono limitato a introdurre due piccole rubriche: “Parola e missione” e “Concilio e missione”. In tempo di crisi della coscienza missionaria della Chiesa e degli Istituti missionari tradizionali, avvertivo l’urgenza di ricentrare la missione sulla Parola e sul Concilio, non in modo archeologico e frammentario, ma dinamico e fontale, riscattandone cioè i progetti e i paradigmi vitali della missione. Come interpretare dunque questo conflitto di interpretazioni sulla presunta “nuova linea” di MO? Mi pare di poter affermare che i primi numeri del 2009 più che una “nuova linea” della rivista abbiano riportato a galla memorie ferite di lettori e compagni di viaggio che avevano vissuto in maniera sofferta il passaggio da “Fede e Civiltà” a “Missione Oggi” nel 1979 e, dieci anni dopo, la vicissitudine della quasi estinzione del mensile dei saveriani, nel momento in cui nasceva “Alfazeta”.
Alla distanza di 20 anni, alcuni lettori hanno percepito chissà un’aria nuova, la possibilità di un riavvicinamento alla “mission” originaria della rivista, di una guarigione delle memorie. Questo sentimento ha suscitato in altri, magari ignari della sua tormentata storia, il timore che rinunciasse a guardare in faccia il mondo e i suoi problemi. In ogni caso, alla fine del primo anno, ritengo fondamentale inoltrarci nel 2010 valorizzando la ricchezza accumulata con tanta passione in questi ultimi anni eppure senza perdere di vista la tradizione più antica di MO, quella conciliare e immediatamente postconciliare.
In buona sostanza, mi sembra imperativo guardare avanti, alle nuove sfide del mondo e della missione, con un occhio sempre attento al solco già tracciato.
Come il contadino del Vangelo, che non osa guardare lontanissimo davanti a sé, ma al passo successivo che deve compiere.







