SUPERAMENTO E/O SGOMBERO DEI CAMPI ROM / DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
Campo Rom di Coltano (Pisa), 1 febbraio 2026
Ci sono parole, il cui utilizzo semantico rivela significati diversi. Spesso, ieri come oggi, le parole sono servite a camuffare o a raggirare le questioni di fondo, soprattutto quando non si vogliono affrontare. L’evoluzione semantica di una parola, il suo variare di significato, da un lato può indicare un cambio di mentalità, una nuova presa di coscienza, magari positiva, dall’altro una degenerazione semantica. È il caso dell’uso delle parole “sgombero” e “superamento”, applicate oggi soprattutto ai campi Rom in Italia.
Poiché la parola “sgombero”, applicata ai campi Rom, fino a poco tempo fa creava nell’opinione pubblica un certo fastidio, si è preferito sostituirla con una nuova, meno divisiva, “superamento”, più conciliante e convincente di “sgombero”, perché sembra soddisfare e accontentare tanti soggetti impegnati a vario titolo con i Rom presenti in Italia: Migrantes, Associazioni, Volontariato e anche Amministrazioni. Ma gli abitanti dei campi, i Rom, cosa pensano davvero? In pochi se lo chiedono. Ieri come oggi, essi subiscono le decisioni altrui. La loro voce non sembra importante, spesso non trova spazio e ascolto, perché voci più “autorevoli” la silenziano facilmente come poco credibile. Chi vuole stare in un campo Rom, come il sottoscritto, è sospetto, perché considerato ostile all’integrazione. Chi invece accetta il “superamento” è più attendibile, più meritevole di considerazione.
Ne ho avuto la conferma partecipando ad un’assemblea pubblica a Coltano, con la presenza del sindaco di Pisa. L’argomento principale era proprio il campo Rom, la sala era piena, ma a nessuno è venuto in mente di invitare i diretti interessati. La nostra piccola presenza ha dato fastidio. Il sindaco, della Lega, nel presentare l’intenzione di chiudere il campo, non ha mai usato la parola “sgombero”, ma più volte la parola “superamento”, nel senso di sgombero graduale, senza specificare le modalità concrete, accennando ad un generico coinvolgimento delle famiglie interessate. Dei Rom presenti nessuno ha preso la parola e nessuno ha chiesto il loro parere, eppure si discuteva della loro vita. Quando il sottoscritto ha preso la parola, è stato sommerso da critiche e rimproveri: come può esserci qualcuno, italiano e per di più prete, che osa difendere un campo Rom, normalmente visto solo attraverso la lente della sporcizia, che disonora la bellezza del territorio?
“Sgombero” e “superamento” sono senz’altro parole diverse, che rimandano a filosofie diverse, ma possono avere qualcosa in comune? Una delle possibili risposte l’ho avuta proprio dall’assemblea pubblica di Coltano, quando ho constatato, purtroppo, che la stragrande maggioranza dei presenti manifestava i soliti pregiudizi razzisti verso i Rom, le stesse logiche di “noi e loro”. In buona sostanza, un rifiuto dei Rom del campo, insieme alla convinzione di poter decidere il loro destino, qualsiasi, purché lontano dai loro occhi. Ho constatato che entrambe le parole, “sgombero” e “superamento”, possono avere la stessa radice nell’ostilità, nel rifiuto e nell’esclusione.
Insomma, una nuova espressione, magari apparentemente “democratica”, meno violenta, ma che non cambia la sostanza, anzi forse cerca di nasconderla meglio ai nostri occhi, illudendoci di aver raggiunto i nostri obiettivi, ma siamo sicuri che siano gli stessi dei destinatari? “Noi e loro”, ancora separati. Troveremo una strada da percorrere insieme, senza ricorrere a delle corsie preferenziali?
“Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi” (Lc 13, 30). “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati…beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi, per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 1-12a).






