Il 19 giugno a Ginevra il Consiglio dell’Onu per i diritti umani ha adottato una risoluzione che condanna il razzismo sistemico e le violenze della polizia: “Il Consiglio condanna fermamente le pratiche discriminatorie e violente delle forze dell’ordine nei confronti dei neri e degli afro-discendenti”.
Il Consiglio era stato sollecitato ad un incontro d’urgenza, dopo che il 15 giugno i 54 paesi dell’Africa avevano chiesto un pronunciamento sulla violenza praticata dalle forze dell’ordine contro gli afroamericani e i manifestanti pacifici. La richiesta era stata presentata dall’ambasciatore del Burkina Faso, Dieudonné Desiré Sougouri, rappresentante permanente e coordinatore per le questioni dei diritti umani del suo paese a Ginevra, per sostenere la richiesta della famiglia di George Floyd, di altre famiglie vittime della violenza e di oltre 600 Ong per un intervento urgente sul razzismo e l’impunità della polizia degli Usa.
Nella risoluzione è stata tolta la menzione specifica degli Stati Uniti, teatro dei tragici avvenimenti di questi ultimi giorni. Non si è creata una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente per approfondire i fatti, ma si è comunque giunti all’accordo di preparare un rapporto sul razzismo di sistema, sulle violazioni del diritto internazionale in materia di diritti umani e maltrattamenti dei neri e afrodiscendenti.
Il Consiglio, presieduto dall’austriaca Elisabeth Tichy-Fisslberger, chiede inoltre all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, la cilena Michelle Bachelet, di mettere all’ordine del giorno dei prossimi incontri gli sviluppi del rapporto sul razzismo in modo da mantenere vivo l’interesse per la questione.
La mancata menzione degli Stati Uniti rende paradossalmente ancora più interessante il dibattito soprattutto in quegli Stati africani che non rispettano i loro popoli, con l’uso violento e brutale della polizia, senza sanzioni di sorta nei confronti di chi opera veri e propri abusi di potere. C’è da chiedersi con quale credibilità certi Stati africani possano far richieste simili quando all’interno dei loro confini è in vigore persino la tortura nei confronti di cittadini che osano rivendicare i loro diritti fondamentali.
La lotta contro il razzismo sarà comunque tanto più efficace quanto più chi domanda il rispetto dei diritti li applica nei confronti delle proprie popolazioni. Lo stesso continente africano purtroppo non è esente da pratiche razziste. In Mauritania per esempio, le pratiche razziste persistono. Nei paesi del Maghreb le persone di colore sono regolarmente vittime di discriminazione. Non dimentichiamo ciò che succede in Libia nei confronti dei profughi provenienti dall’Africa subsahariana. E se in Sudafrica l’apartheid è finito resta evidente una condizione sociale difficile per gran parte della popolazione nera.
Lo stesso 19 giugno, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione contro il razzismo, le violenze della polizia, la supremazia bianca, non solo negli Stati Uniti e in Europa, ma anche in ogni parte del mondo, denunciando il ricorso eccessivo alla forza contro le popolazioni come contrario al principio di proporzionalità. Inoltre, lo stesso Parlamento ha stigmatizzato la tratta degli schiavi come crimine contro l’umanità. L’Osservatorio dei diritti umani stima attualmente nel mondo 40 milioni di persone in regime di schiavitù.






