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LACERAZIONI NIGERIANE / LA PRESA DI POSIZIONE DEI VESCOVI

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Il quotidiano “Avvenire” del 19 gennaio 2026 riportava l’intervista a mons. Wilfred Chikpa Anagbe, vescovo di Makurdi, nello Stato di Benue nel Sud della Nigeria, con la richiesta di rompere “la cospirazione del silenzio” nei confronti del “genocidio silenzioso contro i cristiani”. Secondo il vescovo di Makurdi, c’è “un’agenda chiara e pianificata per islamizzare la Nigeria centrale dove la maggioranza della popolazione è cristiana, per cambiare la demografia, con attacchi sistematici”. Mons. Wilfred riferisce di attacchi contro villaggi e comunità cristiane nella fascia centrale del paese dove le persone uccise vengono poi sostituite con gente di fede mussulmana che si impossessa delle terre delle vittime e si istalla al loro posto senza reazioni da parte degli organi dello Stato. Un altro vescovo, mons. Matthew Hassan Kukah, della diocesi di Sokoto, nel Nord-Ovest della Nigeria, regione a maggioranza musulmana, dichiara che non ci sono prove affidabili di una persecuzione sistematica o di un genocidio specifico contro i cristiani. Secondo Kukah, la violenza in Nigeria non è semplicemente un conflitto religioso “bianco contro nero”“musulmano contro cristiano”, ma un insieme complesso di terrorismo, banditismo, tensioni etniche e mancanza di sicurezza, assenza dello Stato, che colpiscono tutti, cristiani e musulmani. Pur riconoscendo la gravità della crisi, la descrive come un problema multidimensionale, non come un attacco sistematico contro i cristiani. 

Dal canto suo, l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, originario del Sud del paese e segretario del Pontificio Dicastero per l’Evangelizzazione, parla di insicurezza generalizzata, di una cortina fumogena (smoke screen), che impedisce di registrare chiaramente se ci siano gruppi presi di mira con particolare violenza. Fino a poco tempo fa le violenze erano riconducibili a conflitti tra gruppi sociali o etnici, come quello tra pastori nomadi e agricoltori. Ora sembra che tra i pastori ci siano però anche elementi che non seguono gli animali, ma si muovono in moto e con altri mezzi fortemente armati. Questa conflittualità nasconde quindi qualcos’altro, come dimostrano i sempre più numerosi sequestri, anche di massa, gli attacchi continui ai cristiani e i rapimenti per riscatto, che evidenziano l’immobilismo del governo e lasciano immaginare che ci sia una intenzionalità nel colpire i cristiani.

Questa violenza generalizzata rende difficile anche uno sguardo condiviso tra gli stessi vescovi, che vedono le cose ciascuno a partire dal luogo dove vive. Le diverse interpretazioni mostrano comunque la drammaticità della situazione nigeriana. Il 25 novembre scorso la Cbcn (Conferenza episcopale cattolica della Nigeria) si è riunita per riflettere sulla crisi. Ne è uscita la dichiarazione Pace in Nigeria: dalla fragilità alla stabilità, in cui si definisce la situazione del paese come allarmante, con un alto numero di morti, distruzione di case e famiglie sfollate, soprattutto nella fascia centrale del paese e nelle regioni settentrionali. I vescovi condannando tutte queste atrocità e denunciano severamente il ritardo e addirittura la non risposta delle autorità, che danno così l’impressione “di una possibile collusione o di una mancanza di volontà di intervenire”

I vescovi parlano di criminali che hanno ucciso persino il generale di brigata Musa Uba e numerosi membri delle forze di sicurezza: “Tali attacchi violano la nostra comune umanità e mettono in pericolo il futuro della nostra nazione”. Per questo rivolgono un pressante appello “al Governo, a tutti i livelli”, affinché protegga la vita e i beni di tutti i cittadini. “Il Governo – continuano i vescovi – deve anche adottare tutte le misure legali e urgenti per garantire il ritorno immediato e sicuro di tutte le persone rapite […] e assicurare che i cittadini sfollati possano tornare alle loro terre ancestrali”. È il momento, ribadiscono i vescovi, di porre “un’azione decisiva per fermare il terrore che avvolge la nostra nazione”, promuovendo il dialogo e iniziative di pace. “La pace duratura non può essere raggiunta attraverso il silenzio o il rinvio. Essa richiede giustizia, coraggio e un fermo impegno per la sacralità della vita”.

I vescovi richiamano “l’attenzione sulle persistenti violazioni dei diritti e delle libertà delle minoranza cristiane in diversi Stati settentrionali”, invocando “un’azione governativa urgente e risoluta”. Esortano poi tutti i cittadini, aldilà della religione, dell’etnia e dell’appartenenza politica “a rimanere uniti nella ricerca della pace e nella ricostruzione della nostra vita comune” e “nella difesa della sacralità di ogni vita umana e nella protezione dei più vulnerabili”. La pace “è dovere di tutti”, perché diventa la possibilità di “trasformare la nostra diversità in una forza e costruire una nazione che rifletta veramente armonia, giustizia e speranza”.



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