All’Angelus di domenica 18 gennaio 2026, papa Leone ha ricordato “le grandi difficoltà che soffre la popolazione dell’Est della Repubblica Democratica del Congo, costretta a fuggire dal proprio paese, specialmente verso il Burundi, a causa della violenza e ad affrontare una grave crisi umanitaria”. Cosa sta succedendo in questo paese che da decenni non vede la pace, nonostante si moltiplicano gli incontri internazionali per raggiungerla?
L’ultimo incontro di alto livello si è tenuto a Lomé, il 17 gennaio 2026, per discutere sul processo di pace nell’Est del Congo, coordinato da Faure Gnassingbé, attuale presidente del Togo, nominato dall’Ua mediatore della crisi congolese. Si è concordato di rafforzare la mediazione africana con altri cinque co-facilitatori, tutti ex capi di Stato africani. Il gruppo è presieduto dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, incaricato della difesa e sicurezza. Sarà aiutato dall’ex presidente dell’Etiopia, Sahle-Work Zewde, incaricato dell’aspetto umanitario. L’ex-presidente kenyota Uhuru Kenyatta guiderà il dialogo con i gruppi armati, M23-AFC (Movimento 23 Marzo e Alleanza del Fiume Congo) e governativi. L’ex presidentessa del Centrafrica, Catherine Samba-Panza si occuperà della società civile. Infine, l’ex presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, curerà l’integrazione regionale con le questioni dell’energia e dei minerali. A questo incontro mancavano però lo statunitense Massad Boulos, consigliere di Donal Trump per l’Africa, incaricato di controllare il rispetto degli accordi di Washington firmati tra Congo RD e Ruanda e Mohammed bin Abdulaziz Al-Khulaifi, ministro degli affari esteri del Qatar, che presiede gli accordi di Doha tra il governo congolese e i ribelli dell’M23-AFC. Qatar e Usa erano rappresentati da funzionari dei relativi ministeri. Questi co-facilitatori dovranno dialogare con altre due figure chiave per conseguire la pace: João Lourenço, presidente dell’Angola e presidente uscente dell’Un, ed Evariste Ndayishimiye, attuale presidente del Burundi e presidente entrante dell’Ua.
Questo incontro era stato preceduto da un vertice dei ministri della Difesa della Regione dei Grandi Laghi, per fare il punto sulla situazione umanitaria e la sicurezza, a Livingstone, in Zambia, con lo scopo di rilanciare i meccanismi regionali incaricati di sorvegliare il cessate-il-fuoco secondo ciò che era stato deciso a Washington e a Doha. È stato approvato anche il principio di un possibile dispiegamento di una forza neutra a Uvira nella provincia del Suk Kivu. Zambia e Angola potrebbero assicurare il comando di questa forza militare. Primo obiettivo del contingente: controllare il cessate-il-fuoco.
João Lourenço, dall’inizio del 2026 ha già incontrato due volte il suo omologo congolese Felix Tshisekedi, ma anche l’ex presidente Joseph Kabila, tra l’altro condannato a morte in contumacia da un tribunale militare di Kinshasa per tradimento e crimini di guerra. Ha pure ricevuto una delegazione della Cenco (Conferenza episcopale nazionale del Congo) della Chiesa cattolica e una delegazione della Ecc (Chiesa di Cristo in Congo) che raggruppa le Chiese protestanti tradizionali, che avevano elaborato un Patto sociale per la pace e la buona convivenza nel Congo RD e nella Regione dei Grandi Laghi. Il progetto, che non ha mai ricevuto il plauso unanime del mondo politico al governo ma sostenuto dall’opposizione, è stato elogiato da João Lourenço, che vi intravede una concreta possibilità di dialogo inter-congolese, con proposte chiare, obiettivi da raggiungere e un timing che ne stabilisce il processo di realizzazione. Tutte le proposte di João Lourenço sono state condivise con il mediatore Faure Gnassingbé e analizzate nell’incontro di Lomé, quindi passeranno al vaglio del presidente congolese Felix Tshisekedi per l’approvazione finale. Questa iniziativa è ritenuta come complementare agli accordi firmati a Washington e a Doha. Il suo sviluppo segna però il passo perché manca la volontà politica nell’applicazione degli impegni assunti. I due campi si accusano reciprocamente di violare il cessate-il-fuoco. Si capisce che senza pressioni non si arriverà mai a nulla di concreto.
Mentre la diplomazia dispiega tutte le sue iniziative con incontri, vertici, proposte di mediazione ecc., sul terreno si combatte e si muore ancora di guerra e delle sue conseguenze. Un rapporto pubblicato il 12 gennaio 2026 da Human Rights Watch ha documentato molti casi di violenza, di ogni tipo, in particolare stupri e torture. Queste violenze sono state perpetrate da uomini in armi appartenenti ai diversi schieramenti.
Chi non muore di guerra, muore di stenti e di fatica a causa della durezza della vita o magari sepolto vivo come è capitato ai minatori di Rubaya che si sono visti travolti da un’enorme frana di terra e fango. La Società Civile del territorio di Masisi (Nord-Kivu) stima a 400 le vittime del disastro.
Msf (Medici senza frontiere) lancia un allarme sulla situazione dei rifugiati congolesi in Burundi, fuggiti in seguito all’attacco di Uvira da parte dell’M23-AFC sostenuto dal Ruanda. In 90mila hanno attraversato la frontiera e 330mila si sono spostati nelle zone di Fizi e Mwenga. Vivono in condizioni difficili, senza cibo sufficiente e acqua potabile, attualmente in preda al colera. L’aiuto umanitario è insufficiente. Anche se ora sembra che l’M23-AFC si stia ritirando da Uvira, sotto pressione degli Usa, molte persone moriranno di stenti.
L’Est del Congo RD è ricco di risorse naturali e minerali e da più di tre decenni è in balia di violenze ricorrenti per il loro controllo di questi materiali. Speriamo che tutti i recenti sforzi per arrivare alla pace non siano soffocati dal ginepraio dei rapporti complicati di cui è ricca e famosa la zona dei Grandi Laghi.







