CIAD / PER UNA VERA RICONCILIAZIONE DEL PAESE / LETTERA DEI VESCOVI IN OCCASIONE DEL NATALE
Quest’anno la tradizionale lettera di Natale dei vescovi del Ciad è dedicata alla necessità del dialogo per la riconciliazione: “Per una vera riconciliazione”. Vi si elencano i principali problemi che gravano sulle popolazioni ciadiane. Il tema della riconciliazione era già stato fortemente sottolineato nel 2009 in un contesto di grave violenza, purtroppo ancora persistente. Quale cammino intraprendere – si chiedono i vescovi –, affinché la riconciliazione diventi effettiva ed efficace? Per eliminare le cause della persistente violenza, è necessario risolvere i conflitti ancora latenti e guarire le ferite, per giungere al perdono reciproco. La pace – ribadiscono i vescovi – è frutto della verità e della giustizia, per cui è necessario mantenere sempre aperte le porte al dialogo, per essere pronti ad affrontare i conflitti, vecchi e nuovi. La festa del Natale, per i cristiani, è per eccellenza la festa della riconciliazione, per cui la pratica del comandamento dell’amore viene particolarmente sollecitata in tale festività. La fede chiama tutti i cristiani, individualmente e comunitariamente, a porre gesti concreti di riconciliazione.
Questo impegno di riconciliazione si scontra con difficoltà oggettive create dal clima di diffidenza, sospetto e sfiducia tra i diversi gruppi etnici e religiosi. La spaccatura tra Nord e Sud, tra musulmani e cristiani, diventa sempre maggiore. I conflitti tra allevatori e agricoltori si fanno sempre più feroci, con numerose vittime. I vescovi denunciano l’esclusione di alcuni cittadini da posti di responsabilità pubblica, l’espropriazione di terre da parte di gruppi di facinorosi, il tentativo d’imporre un codice per l’allevamento del bestiame già giudicato anticostituzionale, oltre che l’ineguale ripartizione delle risorse del paese.
Per la risoluzione dei conflitti, i vescovi denunciano la pratica della “diya” (in arabo “prezzo del sangue”), una pratica di compensazione, prevista dal diritto islamico, per risolvere casi di omicidi, ferite gravi, conflitti tra famiglie o clan. Tale compensazione viene pagata in denaro oppure in bestiame dalla famiglia o dal clan del responsabile alla famiglia vittima per evitare vendette o faide. A gestire questa pratica sono i capi tradizionali o religiosi i quali non sempre sono obiettivi in quanto facilmente influenzabili da gerarchie sociali.
A livello politico, i vescovi denunciano il comportamento di coloro che vogliono conservare i loro privilegi per mantenere il dominio sugli altri. La laicità, spesso invocata, perde cosi la sua forza, mentre l’alternanza politica è trascurata e la coesistenza ignorata. Sicché il paese conosce un deficit democratico che si riscontra nell’imposizione di alcune autorità incompetenti, nella mancanza di trasparenza nelle riforme costituzionali e istituzionali, nell’assenza di un vero dibattito politico inclusivo. Persino l’esercito soffre dell’abuso nell’accesso ai prestigiosi alti gradi. Il potere giudiziario non gode di una reale indipendenza dal potere esecutivo. Persistono rapimenti extragiudiziari ed è proibito manifestare.
Anche la “Giornata di preghiera per la pace”, nata con l’intento di creare una piattaforma interreligiosa per riunire i diversi leader per far pregare le loro comunità in vista di trovare soluzioni ai conflitti, non ha raggiunto la collaborazione desiderata e ha creato un senso diffuso di diffidenza. I vescovi evidenziano comunque alcuni aspetti positivi, che andrebbero sicuramente sviluppati come la pratica dell’arbre à palabre, l’albero della parola o delle assemblee. Si tratta di un’istituzione sociale, politica e giudiziaria tradizionale, dove la comunità civile si riunisce per discutere i problemi, cercare di risolverli prendendo le decisioni le più adeguate. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di punire quanto di ristabilire l’armonia sociale. Tale pratica ha anche un ruolo sociale riparativo. È un meccanismo di ascolto, dialogo, confessione, con lo scopo di sfociare in una richiesta di perdono e riconciliazione. I vescovi riconoscono il coraggio e la determinazione di coloro che, all’interno della società civile, aiutano a ricucire il tessuto sociale e pacificano i cuori e si augurano che l’istituzione statale che si occupa di mediazione sia davvero al servizio della riconciliazione.
Seguono le classiche raccomandazioni, cominciando da quella rivolta al presidente della Repubblica, a cui i vescovi chiedono l’amnistia per i detenuti; per passare a quella ai governanti, ai quali chiedono equilibrio e capacità di inclusione nei posti di gestione; e ancora alle autorità tradizionali, alle quali chiedono rispetto per la dignità umana. Ai leader religiosi i vescovi chiedono una conoscenza reciproca, evitando il fondamentalismo per educare alla coabitazione, facendo attenzione a non essere strumentalizzati; mentre alla società civile chiedono che sia sempre aperta allo Stato di diritto e al servizio del bene comune. Alla comunità internazionale i vescovi domandano di uscire dal silenzio ed ascoltare la voce del popolo; ai giovani di saper accettare l’altro, abbandonando lo spirito di vendetta. Ai fedeli cristiani, infine, i vescovi ricordano il comando dell’amore: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.
Si tratta di una lettera senz’altro coraggiosa e costruttiva, che cerca di illuminare gli angoli più oscuri dell’attuale situazione sociale del paese, proponendo un cammino concreto di crescita della fraternità e dell’armonia sociale.







