Riprendendo le parole di Isaia (2,4-5), papa Leone XIV conclude il suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026 augurandosi che quanto sogna il profeta possa essere il frutto del “Giubileo della speranza”. Peccato che tutto in questa fine 2025 sembri andare in direzione opposta. “Non a caso – leggiamo nel Messaggio –, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.
“Nel corso del 2024 – continua il papa – le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4 per cento rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5 per cento del Pil mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere con l’enorme sforzo economico per il riarmo… e i media diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Per cui, “oggi più che mai – ribadisce il papa – occorre mostrare che la pace non è un’utopia”. E propone che alla strategia delle armi e della guerra si contrapponga “lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala”.
Leone non perde occasione per lanciare appelli alla tregua o al cessate il fuoco, come fece ad esempio in un recente Angelus riguardo al Sudan, da oltre due anni afflitto da una guerra civile che Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, ha definito “la più grave crisi umanitaria nel mondo oggi”. I dati pubblicati da Amnesty International sono impressionanti: “Con oltre 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case – si legge nel suo rapporto –, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. E avrebbe provocato, secondo stime al ribasso, non meno di 150mila vittime”.
Le due parti in guerra, Fsr (Forze di supporto rapido) da un lato ed Esercito regolare dall’altro, hanno commesso massacri indicibili, soprattutto nel Darfur. Nel rapporto di Amnesty si legge: “L’uso intenzionale della violenza sessuale, gli assedi ai civili, le uccisioni di massa e la fornitura continua di armi dimostrano che il conflitto si è trasformato in una guerra contro la popolazione stessa”. Dall’inizio della guerra alla metà del 2025, secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, sono stati attaccati e distrutti 185 presidi sanitari, con migliaia di vittime, tra cui 1204 medici, infermieri e altri operatori.
Le cause, occulte ma non troppo, per il prosieguo della guerra sono l’avidità per depredare le risorse materiali del paese (oro, petrolio e altri minerali), e l’ininterrotto flusso di armamenti soprattutto da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti (riforniti dagli Stati Uniti) e Yemen, in violazione delle normative internazionali e dell’embargo imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Lo scenario globale per l’Africa nel 2026 non offre grandi motivi di speranza. Chi ha fede dice che solo un intervento dall’Alto potrà toccare il cuore di chi ha la responsabilità per l’assenza di pace in Africa e nel mondo intero.







