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CUORE APERTO, OCCHI NUOVI.

CUORE APERTO, OCCHI NUOVI.

Un cuore che si apre a un'altra cultura

          Rita vive a Kasalle, periferia nord di Tirana. La prima volta che vi sono arrivata abbiamo parcheggiato il pulmino a fianco a un cumulo di rifiuti. Bruciavano, delle galline vi razzolavano sopra in mezzo a colonne di fumo. Dall’altro lato della strada si trova la chiesa dove si tiene l’oratorio. A Kasalle è una casa a due piani, si capisce che è una chiesa solo per la piccola croce posta sul tetto. L’acqua non c’è, la cisterna è stata rubata un paio di volte e così si è deciso di farne a meno. La corrente sì, ma può sempre capitare che salti. Nel giardino l’erba è secca, bruciata dal sole, ogni tanto delle capre la brucano.

Quel giorno doveva cominciare l’oratorio, ma gli animatori erano più dei bambini. Abbiamo deciso di fare un giro del quartiere per reclutarne altri. Una bambina al nostro seguito è svenuta, in mezzo alla strada, in mezzo alla polvere. Probabilmente non aveva mangiato nulla quella mattina, come tutte le altre d’altronde.

Rita vive qui, ma non vuole andarsene, anche se studia ingegneria all’università di Tirana e deve prendere due autobus diversi, fare due ore di strada ogni giorno per arrivarci. Anche se deve lavorare in un call-center per duecentocinquanta euro al mese.

Nonostante tutto è profondamente legata al suo paese e non lo vuole lasciare, ama le proprie origini. Mi chiede se mi piace l’Albania e io non so davvero cosa rispondere.

Una sera una ragazza ci ha trascinato verso casa sua, ci ha invitato così, su due piedi. Siamo piombati nel laboratorio in cui lavora la madre, una piccola sartoria tutta colorata, con i vestiti tradizionali appesi alle pareti. La madre di "Xhuana" è piccolina, capelli neri, un sorriso caldo e un’energia incredibile. Proprio come la nonna, alla quale somiglia tanto, eccezion fatta per le trecce grigie sempre raccolte sotto un fazzoletto nero. Ci ha fatto accomodare in casa e offerto lokum, raki, formaggio di capra fatto da loro e peperoni dell’orto.

Il capofamiglia fa gli onori di casa, invita gli ospiti a sedersi, rivolge loro parole d’augurio prima di bere e poi li riaccompagna fuori dalla porta per salutarli. La figlia ha il compito di portare da mangiare e bisogna fare attenzione a non rifiutare quel che viene offerto da una ragazza non ancora sposata, se si vuole che trovi marito. Tutti questi rituali vengono sacralmente osservati dalla famiglia di Xhuana. Ancora una volta mi sono stupita di quanto la gente del posto sia fedele alle sue tradizioni.

Ogni sera potevamo sentire musica e fuochi d’artificio provenire da qualche festa, spesso si trattava dei festeggiamenti in occasione di un matrimonio. Durano sette giorni in un alternarsi di danze popolari, sfilate in costume, canti davanti alla casa della sposa.

Per strada, nei bar, siedono solo uomini, spesso anziani che bevono raki e a volte passano il tempo con qualche gioco da tavolo. Di certo non si tratta di posti per donne. Le ragazze non possono uscire la sera, infatti all’oratorio sparivano prima di cena. Solo in occasioni speciali sono rimaste un po’ più a lungo, ma mai oltre le otto e mezza.

Per i ragazzi è molto diverso invece, possono girare per le strade da soli, andare e venire quando vogliono, senza restrizioni di alcun tipo. Il trattamento riservato alle donne lascia intravedere i lati più oscuri di un eccessivo conservatorismo. A volte il rispetto delle tradizioni si trasforma in divieti, repressione e nella negazione di alcune libertà che noi italiani e italiane spesso diamo per scontate.

Le suore di Bathore si sono impegnate a lungo per favorire l’emancipazione delle donne del quartiere: hanno organizzato lezioni di cucina, di taglio e cucito, corsi di lingua. Suor Virginia visita le famiglie del posto una per una, va di casa in casa portando macchine da cucire, soldi per chi ne ha bisogno, ascolta le diverse necessità delle persone che incontra. Prova a garantire a tutti una vita per lo meno dignitosa.

La parrocchia a Bathore è fondamentale. Offre speranza, ma soprattutto un posto sicuro dove stare, una comunità accogliente. 

Comunque, nonostante il legame con la propria nazione, nonostante gli sforzi delle suore e del parroco, a Bathore e a Kasalle, tanti i giovani se ne vanno. C’è chi parte per andare a studiare altrove, perché l’università in Albania ha dei costi spropositati, tasse annuali più una quota da versare per ogni singolo esame, per ogni singolo credito. C’è chi parte per ottenere una paga migliore, perché i duecentocinquanta/trecento euro mensili che si guadagnano lavorando in una fabbrica di scarpe, in un call center o come muratori non bastano. C’è chi parte per raggiungere un cugino, un fratello o un amico. Ma anche chi parte in fondo continua a pensare al suo paese.

Quel che ho vissuto in Albania è stata un’esperienza vera, profonda, che mi ha spinto a confrontarmi con l’essenza reale della vita. Mi ha posto di fronte a interrogativi che fanno da sempre parte dell’essere umano.

Di certo a Bathore e a Kasalle non conducono una vita facile, fatta di agi o nel lusso, non hanno tutte le opportunità offerte a un giovane italiano, ma le persone che ho incontrato conoscono il vero valore delle cose: la fatica del lavoro, il prezzo dell’acqua e del pane, l’importanza della famiglia e dei legami affettivi, conservano la propria storia e le proprie tradizioni. Hanno un’identità solida, ben definita, al riparo dalla frantumazione e dalla confusione del mondo moderno.

Ora posso rispondere alla domanda di Rita, dirle senza alcuna esitazione che sì, nonostante tutti suoi problemi, o forse proprio in virtù di questi, l’Albania mi piace.


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Pubblicato
06 Ottobre 2019
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