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Uno Spigolo per la Mistica – La Sinfonia Giovannea

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C’è un altro discepolo di Cristo che merita di essere presentato come modello, perché Cristo era per lui un vero centro di interesse e un’autentica calamita che attirava “tutti” gli affetti della volontà, tutti i ricordi della memoria e tutti i pensieri dell’intelligenza: è Giovanni l’Evangelista, quel discepolo che Gesù amava, quel discepolo che nell’ultima Cena si avvicinò confidenzialmente a Gesù per chiedergli chi era il traditore, quel discepolo che la Tradizione ci tramanda come colui che dal cuore di Cristo imparò a gustare l’intimità del cuore di Lui e come un fiume di acqua viva inondò il mondo con il suo vangelo spirituale, quel discepolo il cui messaggio si distingue da quello dei Sinottici, perché il suo vangelo di teologia mistica, che meglio, solo nella gloria del paradiso si capiranno.

C’è però nella sinfonia giovannea un passo che vogliamo raccomandarci in modo particolare, perché contiene evidentemente la grazia cosiddetta del “Cristo vivo”, del Cristo oggetto di esperienza, del Cristo non personaggio “storico-lontano-assente”, ma “presente-vicino-sentito-toccato-gustato”. Il passo di Giovanni dice così: “Ciò che fu fin dall’inizio, ciò che abbiamo contemplato, ciò che abbiamo sentito e ascoltato, ciò che le nostre mani hanno palpato”. Badiamo bene alle singole parole di questa mirabile ouverture della 1a lettera di Giovanni.

E, prima di tutto allo stacco iniziale di quel “ciò che” ripetutamente usato. Ci chiediamo: come mai Giovanni avrà usato un “ciò che” trattandosi di una persona, che non si può individuare con un “ciò che”, ma con “colui che”! Io credo che qui si tratti, si, di una persona, che però è oggetto d’amore “esperienziale”: per una madre il figlio non è una “persona”, ma un “ciò che”, cioè un “qualcosa”, perché lo “tocca-palpa-accarezza-bacia”.

Tale mi pare il senso del misterioso “ciò che” giovanneo. Tant’è vero che usa termini che userebbe esattamente una madre con il suo figlio morto o lontano. Così Giovanni usa il verbo “vedere”; ma poi si corregge con “contemplare”, cioè è rapito da uno spettacolo di straordinaria bellezza.

Poi usa il termine “ascoltare”, che vuol dire sentire, ma “intensamente”, come si ascolta una soavissima melodia. Qui le parole più evidentemente di grande empito mistico sono: “ciò che le nostre mani hanno palpato”, esattamente come la madre che “palpa-accarezza-contempla-asccolta” il timbro della voce del suo figlio morto.

Dico che questa frase di Giovanni è un vero pezzo di paradiso, è una divina sinfonia, che meglio in gloria del ciel noi canteremo, quando il nostro corpo mortale sarà reso simile al Corpo glorificato di Cristo” Dico che contiene evidentissimamente la grazia che abbiamo chiamato del Cristo “vivo”, del Cristo “rubacuori”; dico che dobbiamo essere devoti di queste benedette parole di Giovanni pregando e ripiegando che le parole, che crediamo animate dallo Spirito, producano nell’anima nostra ciò che significano.



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