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LA PAROLA

4Quando Agar si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei. 5Allora Sarài disse ad Abram: “L’offesa a me fatta ricada su di te! Io ti ho messo in grembo la mia schiava, ma da quando si è accorta d’essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!”. 6Abram disse a Sarài: “Ecco, la tua schiava è in mano tua, trattala come ti piace”. Sarài maltrattò Agar, tanto che quella fuggì dalla sua presenza.

7 La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto, sulla strada di Sur, 8e le disse: “Agar, schiava di Sarài, da dove vieni e dove vai?”. Rispose: “Fuggo dalla presenza della mia padrona Sarài”. 9Le disse l’angelo: “Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa”. 10Le disse ancora l’angelo: “Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla tanto sarà numerosa… (Genesi 16,4b-10)


Sarài aveva messo la sua schiava Agar nelle braccia di Abramo perché gli desse un figlio che lei, fino allora sterile, avrebbe considerato come suo (Gen 16,1-4a). Un oggetto. Come la considera Abram rimettendola nelle mani di Sarài, di fronte alle sue lamentele, che non sopporta l’orgoglio della prossima madre.

E Agar viene oppressa e spinta a fuggire, a liberare il campo, come persona non grata, lei con il figlio che porta in grembo. L’esito sembra già scritto: la coppia Abram-Sarài vince, dalla sua parte la ragione e le stesse promesse di Dio. Agar, l’avventizia, lo sbaglio di percorso, lei e quel suo figlio nato dalla fretta di Sarài di fronte ai tempi lunghi di Dio nell’adempiere la promessa di renderla madre, non può che perdersi nel deserto.

La sorgente non è garanzia di vita: mille i pericoli nel deserto, specie per una donna che ha una vita in più da preservare e far crescere. E sente l’amaro di essere stata coinvolta in una storia non cercata che, sì, le aveva dato un po’ alla testa, ma non era che la rivincita di una persona rubata alla sua terra e al suo futuro.

Poteva Dio essere sulla sua strada?

Agar non se lo chiede neppure. Ma ecco l’angelo, che la chiama per nome e le dà la parola. A lei che non aveva neppure potuto difendersi nel conflitto con Sarài. Agar non spiega, non si dà ragione o torto, dice solo il fatto: sta fuggendo. Sa da dove viene ma non sa dove va, forse a morire.

L’angelo le chiede allora il viaggio ancora più difficile: tornare al suo posto geografico, e al suo ruolo sottomesso. Al comando aggiunge una promessa: “Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla tanto sarà numerosa”. Stranamente, sono le stesse parole che Dio aveva detto ad Abram, quando gli aveva chiesto il grande viaggio (Gen 12,2; 13,16).

Agar sentì forse la morte nel cuore. Tornare, restare, senza discutere né rivendicare. Ma torna. E Sarài al vederla tornare, dovette a sua volta sentir bruciare la sua ferita. Vedere tondeggiare di giorno in giorno il suo grembo, crescere la sua attesa, fiorire la sua gioia per la nascita di quel figlio… Con fatica, tentarono di allargare i loro spazi.

Due viaggi a specchio:

Abram e Sarài da Ur verso la terra di Canaan; Agar dal deserto a Canaan, presso Abram-Sarài. Due chiamate che li fanno convergenti. Al di là del groviglio delle iniziative umane, Dio agisce non escludendo ma includendo, non separando ma facendo convergere.

Con una stessa promessa.

Se Isacco sarà il figlio della promessa, la presenza di Agar e del figlio Ismaele - che vuol dire, “Dio si ricorda” - annuncia l’espansione della promessa. Al popolo di Isacco s’aggiungeranno altri popoli sui quali, tramite Abramo, la benedizione di Dio si estenderà, così che non ci sarà “giudeo né greco, schiavo né libero, maschio e femmina” (Gal 3,28), da Dio abbracciati nel Figlio Gesù. Finché per sempre “Dio abiterà con loro ed essi saranno i suoi popoli” (Ap 21,3b).

In questo tempo in cui l’affermazione dei diritti degli uni vuole farsi escludendo gli altri, Agar la soprannumeraria, la straniera, la senza-diritti, diventa annuncio e presenza di un sogno di Dio più grande dei nostri schemi.​



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