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Lunedì 8 settembre è un giorno nero. Non c’entra la borsa, l’economia, la politica… Dall’alba si diffonde la notizia dell’uccisione di due saveriane in Burundi, a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Nemmeno il tempo di rendermene conto, che le sorelle uccise sono tre.

Da quando lavoro con i saveriani di Brescia è la prima volta che vivo “da vicino” il martirio. L’ho sempre letto nelle cronache della congregazione, ho visto immagini, ho assistito impotente quando è capitato ad altri. E lo sgomento è notevole.

Intanto, però, noi siamo isolati… Peggio che in mezzo alla foresta Amazzonica, o nell’ultimo villaggio nel cuore dell’Africa. Il router ci ha abbandonato, internet è un miraggio, la mail interrotta. Tagliati fuori in una giornata come questa? Non è possibile! Dobbiamo contattare, leggere, arrivare a sentire e ascoltare prima degli altri, prima dei grandi network…

Solo il telefonino riesce a scavalcare il buco nero, ma le notizie sono frammentarie. Accendiamo la televisione e i tg, 24 ore su 24, iniziano a diffondere dichiarazioni, racconti, ricostruzioni (anche fantasiose!). La comunità di Brescia è sconvolta:

si cerca di capire, di trovare una qualche ragione a ciò che è successo. Non c’è.

Passano le ore, cresce l’insofferenza per un mondo là fuori irraggiungibile. È bastato un lieve corto circuito per mandare in tilt anche noi. Mi spazientisco, prendo il telefono, consulto via smartphone i vari network. Leggo i primi messaggi di cordoglio, tra cui il tweet di un esponente politico che, anche in questo caso, cerca il colpo a effetto ed eleva la missione delle saveriane uccise al cospetto della fallimentare operazione… “mare nostrum”.

Ma cosa c’entra? Mi viene un senso di nausea. E vorrei essere a Parma anch’io, per condividere il dolore delle saveriane, per capire quello che non si può capire e che, come spesso accade, dobbiamo affidare al mistero della croce.

Poi, nel pomeriggio, sullo schermo compaiono proprio le saveriane della casa madre a Parma. Raccontano di Olga, Lucia e Bernardetta. In loro c’è dolore e sofferenza, ma anche un senso di serenità. Mai nelle loro parole compare un moto di ribellione, il desiderio folle di giustizia a tutti i costi, o addirittura di vendetta.

Come fanno a resistere? E io che ho stramaledetto il router e mi sono spazientito per il silenzio radio a cui ero costretto! Mi viene in mente quando ci lamentiamo del superfluo, per qualcosa che non va o che non possiamo avere subito, perché vale l’adesso o mai più, il presto a tutti i costi.

Continuo a pensare che non sarebbe dovuta finire così, ma forse, dovrei “rubare” un po’ della serenità delle saveriane che nelle interviste parlano dell’impegno missionario delle consorelle uccise, della loro vita spesa accanto ai popoli burundese e congolese, di un’età avanzata e qualche acciacco, ma sempre al servizio degli ultimi e dei bisognosi, di esistenze interrotte dalla violenza, di un martirio che non è conclusione ma compimento ideale, non è morte ma premio e nuovo inizio.

Olga, Lucia e Bernardetta ora sono laggiù per sempre, eternamente vicine alla gente che hanno amato, che voleva loro bene e che ha dimostrato in modo commovente la partecipazione al dolore di una famiglia amica. L’efferatezza di quel triplice omicidio, le motivazioni, il presunto omicida arrestato… tutto passa in secondo piano. Nonostante tutto, adesso il router mi è un po’ più simpatico: forse s’è spento per solidarietà, perché anche lui ha un cuore.​



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