Una vita spesa per il Burundi
Cari amici, vi scrivo dal Burundi. Qui sono rientrato dopo aver riflettuto sui consigli degli amici di Plasencis che, con la bocca mi dicevano di non partire, ma il loro cuore mi incoraggiava a tornare per portare a termine la missione che avevo iniziato nel lontano 1964.
È stato bello rivedervi
Cari amici, vi ringrazio per l’impegno con cui avete preparato e celebrato il cinquantesimo della mia ordinazione sacerdotale. Dico “grazie” anche ai saveriani di Udine, sempre attenti a iniziative di accoglienza e di incoraggiamento rivolte ai missionari friulani che rientrano dalla missione.
Il 16 marzo sono tornato a Plasencis per ringraziare il Signore di avermi voluto missionario e, allo stesso tempo, per ringraziare la gente del mio paese che mi ha inculcato in cuore il bisogno spontaneo di aiutare gli altri, legando la mia vita al destino del martoriato popolo del Burundi.
A Plasencis ho rivisto volti di amici, con cui ho condiviso le avventure della fanciullezza. Ho incontrato per la prima volta ragazzi e ragazze nati e cresciuti dopo che io ero già partito per la missione. Ho conosciuto il sindaco, anche lui giovane… Tutto ciò ha contribuito a farmi sentire uno che è nato e cresciuto nella nostra campagna, al tempo in cui le mamme andavano con i bambini a raccogliere rami secchi per il focolare.
Il passaggio del testimone
In Burundi mi attende una sorpresa: quella di collegare il villaggio di Tenga all’acquedotto, perché un’improvvisa piena del fiume ha spazzato via i tubi dell’acqua insieme a mezza collina. Ma l’impegno più definitivo sarà quello di consegnare la missione nelle mani di giovani missionari messicani, africani e indonesiani. In pratica, ripeterò il gesto che i missionari belgi, olandesi e tedeschi avevano fatto con i missionari italiani nel 1964.
Quando ciò accadrà, lascerò loro in eredità l’incoraggiamento di quel vescovo che mi autorizzò a far uscire la missione dalle cerimonie, per viverla nell’impegno sociale. Durante quarant’anni di guerre fratricide e spietate, quell’autorizzazione ha aiutato la missione a crescermi in mano.
Ricordo ancora il giorno in cui i militari vennero ad arrestarmi perché portavo aiuti ai disperati, fuggiti nella foresta. Alla fine di quella pesantissima giornata, un giovane musulmano mi passò accanto per sussurrarmi: “Padre, nella moschea abbiamo pregato per te, tutto il giorno. Allah impedirà ai militari di metterti in prigione”.
Così facendo, mostrerò a Gesù, nostro Signore, di credere che la sua missione sia più grande di me e che trovo giusto passare la mano ai giovani, pronti a incamminarsi verso il nuovo della missione.







