Un semplice atto d'amore: Vincenzino, ragazzo che non dimentica
Padre Domenico Milani, nato a Minozzo sulla montagna reggiana, si è spento per complicazioni post operatorie la sera del 25 maggio 2008, all'età di 86 anni. Era saveriano dal 1943, con il numero 330 nell'istituto missionario di mons. Conforti, dopo aver studiato fino al liceo nel seminario di Reggio Emilia.
Un grande missionario, in tutti i sensi. Per ricordarlo degnamente, invece di elencare le sue grandi opere, in questa pagina di "Vita saveriana", proponiamo uno dei suoi ultimi racconti, pubblicato sulla rivista "CemMondialità" di marzo scorso. Il racconto di un semplice atto d'amore, come capita a tanti missionari. Proprio questa è "vita saveriana".
p. Marcello, sx.
Dopo un'ultima salita, siamo sullo spiazzo della collina ed ecco, là in fondo, la capanna solitaria. "Anche là, ce n'è uno".Chi mi parla è la mia guida e sa che sono alla ricerca dei bimbi storpi, colpiti dalla poliomielite, malattia infantile endemica nel territorio. Siamo in piena foresta equatoriale, a 1.400 m. sul mare, nella regione del Kivu, in Congo.
I poliomielitici, colpiti dal morbo fulmineo a circa 2 anni e mezzo di età, sopravvivono difficilmente all'attacco: il più delle volte, soccombono. I rari che scampano al flagello, resi storpi negli arti inferiori, sono considerati dalla gente come "preda dello spirito", oggetti di superstizione, condannati a vivere nell'angolo più oscuro della capanna, sottratti allo sguardo indiscreto dei passanti.
"Dammi tuo figlio"
Ne avevo raccolti già una quindicina e li avevo sistemati in un'ampia aula scolastica ove avevo ricavato: la sala da pranzo (una stuoia stesa per terra!), un laboratorio, la camera da letto (tavole a castello!), e il bagno.
Era l'inizio di quello che diventerà il centro ortopedico del Kivu, con sala d'operazione, assistito dall'università di Ferrara tramite l'invio annuo del primario di ortopedia dell'ospedale, che passava oltre un mese da noi per raddrizzare gambe e applicare protesi e stampelle.
Non mi fu difficile convincere la mamma di Vincenzino a "darmi" suo figlio. Lo avrei portato alla missione centrale, avrebbe potuto seguire la scuola, avrebbe imparato un mestiere, lo avrei fatto curare. Anche in questo preciso istante, rivivo la scena giornaliera degli scolari che venivano a caricarsi sulle spalle i loro compagni "zoppi" e così, caracollando, se li portavano nelle classi rispettive delle scuole elementari.
Ho parlato di un "laboratorio" ove si imparava un mestiere: sartoria, calzoleria, falegnameria, impagliatori di vimini per sedie e poltrone, dattilografia eccetera. Vincenzino aveva imparato ben presto il mestiere di sarto e parlava e scriveva correttamente lo swahili. Ci lasciammo il 5 maggio 1966.
La lettera al "babbo"
Passano esattamente 20 anni. Siamo nel 1986 e il 15 settembre sarò costretto ad abbandonare la missione per rientrare definitivamente in patria. È certo il momento più spaventoso della mia povera vita.
Ricevo una lettera, datata il 1° settembre 1986. La lettera è in swahili ed è firmata da Vincenzino Musiwa Kalinde. Non credo ai miei occhi. Conservo ancora questa lettera e ve la traduco.
"Papà-padre Domenico, ho la grande gioia di salutarti e di farti avere la fotografia del mio matrimonio che è stato benedetto qui a Kavumu il giorno 17 maggio 1986. Ho vissuto fuori dalla chiesa durante tutta la mia vita passata: cioè, mi sono sposato con una ragazza come un pagano. Lei era protestante. Dopo aver partorito 3 volte, anche lei ha voluto seguire il catechismo e diventare cattolica. Il 17 maggio, lei e due miei figli furono battezzati e le nostre nozze furono benedette. Per finire, il mio ultimo figlio ha ricevuto il nome di Domenico, perché non posso proprio dimenticarti per il resto della mia vita.
Babbo-padre, ti prego: sii di aiuto per questo mio figlio che porta il tuo nome, perché la vita sta diventando sempre più dura. Anche Gesù ha detto: «Chiedete e riceverete, non stancatevi di pregare»... Chiudo e ti dico: che il Signore ti conservi, papà, di giorno e di notte, tutti i giorni. Tuo figlio Vincenzino Kalinde Musiwa".
Grazie, Vincenzino.








